Salute

Come potranno mangiare 10 miliardi di persone?

Con l'aumento della popolazione e la riduzione della produzione agricola causata dai cambiamenti climatici, nutrire il pianeta sarà un problema crescente. Secondo gli esperti le soluzioni ci sono. Se si interviene subito.

Da qui a trent’anni, per sfamare i 10 miliardi di abitanti del Pianeta caricheremo l’ambiente di un peso quasi insopportabile. Questa è la cattiva notizia. Quella buona è che, secondo uno studio di ricercatori dell’Università di Oxford, con le (non semplici) opportune misure ce la potremmo ancora fare. L’ammonimento è che è necessario iniziare subito a darsi da fare.

Più caldo, e meno cibo. La produzione di cibo è uno dei fattori che più contribuiscono allo sfruttamento dell’ambiente in termini di impatto sul clima, impoverimento del suolo, inquinamento dell’acqua.

Dall’ultimo rapporto dell’IPCC, l’Interngovernmental Panel for Climate Change, appena pubblicato, emerge che i raccolti e la disponibilità di cibo potrebbero diminuire perfino per aumenti considerati contenuti, e ormai inevitabili, delle temperature, come quelli sotto i 2° C.

Le previsioni sono che per ogni grado in più di temperatura, la produzione globale di grano diminuirà del 6 per cento, quella di mais di oltre il 7, di riso di circa il 3.

Altri danni potrebbero venire da fattori che finora non sono stati quasi neppure presi in considerazione, per esempio gli insetti. Secondo uno studio recente, con il riscaldarsi delle temperature, il loro metabolismo aumenta e richiede più nutrimento. Le perdite per le coltivazioni di grano, riso e orzo potrebbero andare dal 10 al 25 per cento, specialmente nelle regioni temperate.

Strategie di sopravvivenza. Mentre dunque la produzione di cibo potrebbe diminuire, e con la malnutrizione che si profila all’orizzonte come la minaccia più seria alla salute dei cambiamenti climatici in questo secolo, ci sarà da fare i conti anche con l’aumento della popolazione. Con quello previsto da qui al 2050, l’impatto già calcolato dovrebbe ancora appesantirsi tra il 50 e il 90 per cento. Benché non ci sia una singola misura che può far rientrare entro i limiti di sicurezza, secondo l’analisi dei ricercatori della Oxford University, la combinazione di più strategie può rendere ancora sostenibile la nostra presenza sul pianeta.

Lo studio, pubblicato sulla rivista Nature, è il primo a quantificare in maniera precisa il problema e le possibili soluzioni.

In breve, la ricetta prevede tre ingredienti: uno spostamento di tutta la popolazione verso una dieta che preveda meno carne e più vegetali, dimezzare la perdita e gli sprechi di cibo, e innovare le pratiche di agricoltura e allevamento.

Diventare flexitariani? Gli esperti prevedono che l’adozione a livello globale, sia da parte dei paesi sviluppati che di quelli in via di sviluppo di un’alimentazione chiamata “flexitarian”, ovvero vegetariana flessibile, che prevede un consumo ridotto di carne, potrebbe ridurre di oltre la metà le emissioni di gas serra, e ridurre fino a un quarto altri problemi ambientali, dall’uso di fertilizzanti, allo sfruttamento eccessivo dei terreni e all’inquinamento delle acque dolci.

La produzione di carne, infatti, incide sull'ambiente in vari modi, dalla necessità di estendere i terreni coltivati a monocolture come soia e mais per allevare il bestiame fino alle emissioni dirette di metano, un importante gas serra, causate dagli allevamenti intensivi.

Oltre ai cambiamenti nel tipo di alimentazione, sarà necessario anche modificare le pratiche agricole, estendendo l’uso di tecnologie che in parte esistono già per aumentare i raccolti delle piante, e, ancora, ottimizzare l’utilizzo dell’acqua e dei fertilizzanti. In questo modo si potrebbe arrivare a dimezzare l’impatto delle coltivazioni.

Stop agli sprechi. Infine, bisognerà agire per diminuire lo spreco di cibo: dimezzandolo, si potrebbe ridurre globalmente l’impatto ambientale di agricoltura e allevamento di un altro 16 per cento. Per ottenere il risultato sarà però necessario lavorare sull’intera catena della produzione, dall’immagazzinamento al trasporto fino alla distribuzione e al confezionamento dei prodotti alimentari. Il tutto però andrà fatto senza ulteriori indugi. “Molte delle soluzioni analizzate sono già adottate in alcune parti del mondo” ha detto Marco Springmann, autore principale dello studio. “Ma ci vorrà un deciso coordinamento globale e una rapida estensione per sentirne gli effetti”.

20 ottobre 2018 Chiara Palmerini
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