Malaria: e se la cura fosse un bunker di proteine?

I farmaci attuali sono sempre meno efficaci: la ricerca esplora nuove strade, promettenti, anche se la sperimentazione sarà ancora lunga.

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Una ragazza viene sottoposta al test della malaria in una clinica da campo nel Sud Sudan.|Reuters

Mancano armi contro la malaria, una delle cause principali al mondo di mortalità e malattia: ogni anno causa 200 miloni di casi clinici e 1 milione di vittime, soprattutto donne in gravidanza e bimbi. Il responsabile è il plasmodio, parassita trasmesso da zanzare infette, diventato resistente a tutti i farmaci disponibili. L'artemisina, il rimedio più recente, durerà ancora poco: nel Sud-Est asiatico ci sono già ampie aree di resistenza. Per questo i ricercatori si sono messi al lavoro per trovare strade nuove. Impresa non facile: il plasmodio sopravvive nell'ambiente ostile del corpo umano grazie a una strategia raffinata e i ricercatori, per studiare nuovi farmaci, devono prima capire bene come si comporta.

 

Per questo può essere utile un'analogia. Immaginate di dovervi difendere da un bombardamento. Vi ci vuole un bunker, quindi scaverete una galleria sottoterra e vi trasporterete le supellettili di prima necessità per rendere l'ambiente il più confortevole possibile. Il parassita della malaria è nelle stesse condizioni: deve difendersi dall'attacco del sistema immunitario e quindi deve entrare in un bunker, nel suo caso un globulo rosso, inaccessibile alle difese del corpo umano.

 

Nel 2009 i ricercatori scoprirono che il bunker arredato si chiama PTEX (Plasmodium translocon of exported proteins), un insieme di 5 proteine. Di queste, EXP2 è il tunnel che consente al parassita di entrare nella cellula portandosi dietro le altre 4 proteine suppellettili che gli servono per rendere l'ambiente abitabile.

 

E se formassimo un collo di bottiglia al tunnel in modo da impedire al plasmodio di portarsi dentro le suppellettili, che cosa succederebbe? A forza di smontare e rimontare la proteina EXP2 i ricercatori si sono accorti che togliendo una sequenza di 5 aminoacidi, il tunnel forma il desiderato collo di bottiglia che impedisce alle vettovaglie del plasmodio di entrare. E senza vettovaglie e altre proteine utili alla replicazione del parassita, questo non può riprodursi e soccombe.

 

Ora i ricercatori stanno mettendo a punto le forbici chimiche capaci di tagliare la sequenza di aminoacidi, ma quanto ci vorrà perché i nuovi farmaci possano arrivare sul mercato? «Almeno una decina di anni, fra costruzione del farmaco e sperimentazioni nell'uomo. Ma al momento non abbiamo alternative», dice Paul Gilson, del Burnet Institute australiano, coautore di uno dei due studi su questo tema appena pubblicato sulla rivista Nature (l'altro è di Daniel Goldberg della Washington University a St Louis, Missouri).

21 Luglio 2014 | Amelia Beltramini