L’enigma dei numeri sull’autismo

È in corso o no un’epidemia? Uno studio inglese non trova conferma all’impennata del numero dei casi registrata in America.

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Un bambino autistico di sei anni confortato dalla mamma. Foto: © Bernard Bisson/Sygma/Corbis

In Gran Bretagna, il numero dei casi di autismo è rimasto stabile nel corso degli ultimi anni. Così riportata, l’affermazione ha tutta l’apparenza di una non notizia. In fin dei conti, che cosa hanno a che fare i dati sull’autismo oltremanica con quello che davvero interessa su un disturbo ancora misterioso, spesso al centro delle cronache per le controversie sulle sue cause e le possibili terapie?
In realtà, lo studio pubblicato sul British Medical Journal aggiunge un tassello importante al puzzle. Una delle questioni da sciogliere quando si parla di autismo, e uno dei motivi di discussione tra gli esperti, è se sia davvero in corso un aumento vertiginoso dei casi in tutti o quasi i paesi del mondo, una vera e propria epidemia, e se sì a che cosa possa essere dovuta.

Un aumento non spiegato
Negli anni che vanno dal 1990 al 2000, alcune analisi epidemiologiche hanno evidenziato un’impennata dei casi di autismo in molti paesi, in particolare una crescita imponente, di cinque volte, sia negli Stati Uniti sia in Inghilterra. Sono stati tirati in ballo diversi fattori per spiegare almeno in parte questo aumento, per esempio il fatto che sia cresciuta la consapevolezza del disturbo, che se ne parli di più, sia tra i medici sia nella popolazione, e che quindi più bambini abbiano ricevuto una diagnosi. O che siano entrati nella pratica medica criteri diagnostici che, classificando forme anche lievi di autismo, hanno fatto aumentare il numero complessivo dei casi. Anche tenendo conto di tutti questi fattori, però, almeno la metà dei casi rimane inspiegabile.

L’anno scorso, dati pubblicati dai Centers for Disease Control and Prevention americani, hanno riportato una crescita di quasi l’80 per cento negli Stati Uniti negli anni tra il 2004 e il 2008, facendo schizzare il dato sulla prevalenza (la percentuale di individui affetti) del disturbo nei bambini di 8 anni a uno su 88 (o, in altre parole, a 11 su mille). Proprio in risposta a questo numero che ha fatto scalpore, è stato intrapreso in Inghilterra lo studio appena pubblicato, basato su un registro che contiene i dati medici registrati dai medici di medicina generale su oltre tre milioni di pazienti. Nel periodo studiato, i ricercatori non hanno trovato alcun aumento dei casi, rimasti fermi a circa 4 su mille.

Paese che vai, diagnosi che trovi
Come si spiega questo dato, e il fatto che sia così diverso da quello degli Stati Uniti? Gli autori dello studio sono molto prudenti. Si limitano a osservare che «la larga differenza tra i due paesi è molto simile alla differenze nelle percentuali sui bambini diagnosticati e trattati per disturbo da iperattività». Come a dire che, forse, le differenze culturali e la tendenza innegabile negli Stati Uniti a medicalizzare certi tratti della personalità dei bambini, giocano un ruolo.
Non è ancora detta la parola fine: l’idea dell’epidemia di autismo si è però molto indebolita. «Quello che si può dire è che, negli ultimi anni, i dati raccolti non sostengono questa ipotesi per spiegare l’aumento di prevalenza osservato. Questo studio, come altri recenti, fa considerare con prudenza i dati pubblicati non solo dai CDC ma anche in altre aree geografiche come il Sud Est asiatico. e anche affievolita e questo studio contribuisce a suscitare altri dubbi sui dati americani, verso cui c’era già stata notevole perplessità» osserva Aldina Venerasi e Flavia Chiarotti, ricercatrici all’Istituto superiore di sanità. I pochi dati disponibili per l’Italia, provenienti da due sistemi di rilevazione, uno in Piemonte e l’altro in Emilia Romagna, parlano di una prevalenza di circa 4 casi su mille bambini, simile a quella dell’Inghilterra.
Dove sta la verità? «L’unico modo per fare davvero una sorveglianza affidabile dei casi è predisporre database che raccolgano le segnalazioni dei casi da diverse fonti, inclusa la medicina generale, come è stato fatto in Inghilterra».

19 Ottobre 2013 | Chiara Palmerini