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La strana solitudine della quarantena

La solitudine non è una condizione esclusiva di chi è solo, e amplifica le emozioni, quelle positive e quelle negative. Ecco che cosa ci dice il cervello di questa quarantena.

Solitudine
Secondo dati Eurostat, nel 2015 il 13,2% degli italiani over 16 non aveva una persona alla quale chiedere aiuto in caso di bisogno. | freemind-production | Shutterstock

Per chi è più avanti con gli anni, vivere da soli in tempi di covid comporta ancora più rischi che in "tempi normali": la mancanza di contatti di persona con parenti e amici può facilmente sfociare in cattive abitudini alimentari, nello stravolgimeto dei ritmi, nella sottovalutazione di problemi di salute. Ma questo non vale solamente per i meno giovani, anche se nel caso dei più giovani i rischi potrebbero essere differenti: certo oggi le tecnologie di cui i giovani sono, in genere, assolutamente padroni, possono aiutare a compensare una solitudine da quarantena (parliamo di distanziamento sociale, non di ricoveri), ma in qualche caso quegli stessi strumenti possono anche aggravare il disagio.

È tutta colpa del cervello. Quando passiamo del tempo con amici o parenti, e ci sentiamo bene in loro compagnia, nella parte più profonda del cervello si attivano le regioni subcorticali, come lo striato, associato alla motivazione; al contrario, una condizione di solitudine (reale o presunta) vissuta male, può indurre alcuni a rimuginare sempre gli stessi pensieri, e questo provoca sofferenza. La solitudine non "colpisce" tutti in egual misura: è difficile generalizzare, ma, semplificando, anche in tempi di covid c'è chi cerca e partecipa a collettivi virtuali e chi si chiude a riccio anche se ha tutte le tecnologie del mondo - e può succedere che, cedendo all'ansia e alla depressione, si infili in un tunnel di emozioni negative.

Che fare? Ci sono almeno due momenti di questa strana quarantena in cui, per esempio, ci è permesso uscire per le sigarette ma non per andare a salutare genitori o figli, seppure rigorosamente distanziati, affacciati al balcone (sgolandosi per farsi capire attraverso la mascherina). Il primo è la tecnologia, appunto, da usare una volta tanto per parlarsi per davvero - telefoni, e smartphone per vedersi oltre lo schermo per cercare di leggere espressioni ed emozioni che vanno al di là delle parole e possono rivelare un bisogno nascosto di aiuto, una richiesta di "tempo" o anche un segnale di qualche cosa che non va a livello di salute. L'altro momento prezioso arriva spesso la sera, non dappertutto, ma in molte città e molti quartieri: gli aperitivi a distanza, la musica, le bandiere sventolate, gli applausi a chi è sulla linea del fronte contro la covid, i canti stonati guardandosi in faccia da un balcone all'altro. Una curiosa, nuova usanza che ci fa conoscere vicini di casa da anni, ma che fino a ieri a malapena salutavamo incrociandoli sul portone di casa.

26 aprile 2020