La scienza dell'alcol e dei suoi effetti

Perché prima tira su, e poi deprime? Come mai lo troviamo piacevole, anche se ci "intossica"?Dopo quali quantità si supera il punto di non ritorno, e si inizia a star male? Curiosità scientifiche da raccontare agli amici su una sostanza largamente consumata durante le feste.

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Tutti riconosciamo i sintomi di una sbronza. Eppure, gli effetti dell'alcol sul cervello sono complessi e spesso soggettivi. | stefania.dr/iFocus

Nella giusta misura è l'anima della festa. Ma basta superare una linea sottile (e piuttosto fluida) affinché l'alcol riveli la sua natura intossicante. Gli effetti della classica "sbronza" su organismo e comportamento sono ben riconoscibili. Ma come agisce l'alcol sul cervello? Perché continuiamo a consumarlo, anche se fa male? Come mai prima sembra risollevare, e in un secondo momento butta giù?

 

Smemorati e sedati. A livello neurologico, l'alcol interviene sull'attività di diversi neutrotrasmettitori, i "messaggeri" che veicolano informazioni tra neuroni: in particolare inibisce l'attività del glutammato, il principale neurotrasmettitore eccitatorio del cervello, e potenzia quella dell'acido gamma-amminobutirrico (GABA), il principale neurotrasmettitore inibitorio. La prima azione ha effetti visibili - in negativo - sulle capacità di risoluzione dei problemi e sulla memoria; la seconda, sortisce su chi ha bevuto un effetto ansiolitico e sedativo simile a quello di alcuni psicofarmaci (ecco perché chi ne fa uso dovrebbe evitare di bere).

 

Volume giù. Alcuni dei più evidenti effetti "soppressivi" dell'alcol colpiscono l'attività della corteccia prefrontale e dei lobi temporali: la prima è responsabile del pensiero razionale, della capacità di programmare, sopprimere la rabbia, fare valutazioni oggettive: tutti compiti che appaiono via via più difficili, dopo la terza "media" della serata. I lobi temporali giocano un ruolo cruciale nella memoria: ecco perché tendiamo a dimenticare le cose e a diventare incoerenti, quando siamo ubriachi.

 

Volume su. Ma l'effetto depressivo non riguarda tutte le aree del cervello. L'alcol aumenta l'attività dei neuroni della dopamina nel circuito mesolimbico della ricompensa, e allo stesso tempo incoraggia il rilascio di endorfine. Ecco perché dopo un bicchiere o due, la serata decolla, tra sentimenti di gioia, euforia e condivisione. Bere attenua anche l'attività delle aree cerebrali responsabili di inibizione e stress, e crea un generale senso di rilassamento.

 

Doppia faccia. Ma a un certo punto dei brindisi, capita spesso che l'atmosfera si spenga, e che l'entusiasmo iniziale muti in tristezza. Questo avviene perché l'alcol ha un andamento bifasico: i suoi effetti, cioè, appaiono diversi e contrastanti a seconda del livello di intossicazione. Evidenze scientifiche suggeriscono che l'allegria alcolica raggiunga un picco quando la concentrazione di alcol nel sangue è pari allo 0,05-0,06%.

 

Per me basta, grazie. Dopo quella soglia, sono gli effetti negativi a prevalere. L'ideale per chi non vuole rinunciare a un bicchiere o due sarebbe mantenersi entro questo limite, ma capire quando lo si è raggiunto può non essere semplice, perché gli effetti dell'alcol variano da persona a persona. Sulle decisioni di ciascuno ha un forte ruolo anche la pressione sociale. Decidere di fermarsi in un contesto in cui tutti gli altri continuano a bere è, anche inconsapevolmente, molto difficile.

 

8 dicembre 2016 | Elisabetta Intini