Trapianti: un dispositivo tiene in vita il cuore dopo la morte

Un dispositivo permette di ossigenare e alimentare il battito del cuore di pazienti deceduti, ampliando le possibilità di trapianto. Ma solleva allo stesso tempo forti dilemmi etici. 

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Il giornalista scientifico Phil Torres esamina il funzionamento dell'Organ Care System, il dispositivo per mantenere in vita i cuori da trapiantare.|Photo via america.aljazeera.com

Un dispositivo capace di conservare il cuore dei pazienti deceduti, facendolo "battere" fino all'impianto successivo, potrebbe offrire maggiori speranze a chi è in attesa di un trapianto.

 

La tecnologia heart in a box (cuore in scatola), sviluppata dalla Transmedics, un'azienda del Massachusetts specializzata in dispositivi medici, comprende una sorta di micro camera sterile mobile in cui l'organo viene alimentato con riserve di ossigeno e intubato per ricevere sangue e nutrienti.

 

Per i medici che l'hanno sviluppata e già testata con successo in 15 casi di trapianto tra Australia e Regno Unito, consente di estendere la finestra di tempo in cui un cuore rimane in vita quando espiantato, alla morte del donatore, e potrebbe espandere dal 15 al 30% il numero di cuori disponibili al trapianto.

 

Un dettaglio del dispositivo della Transmedics. | Alamy

 

Ma secondo il sito del MIT Technology Review (la rivista del Massachusetts Institute of Technology) il dispositivo, che per adesso ha un costo proibitivo (circa 250 mila dollari, quasi 224 mila euro) ed è comunque in attesa di approvazione dalle autorità competenti negli Stati Uniti, sta sollevando alcuni importanti problemi etici.

 

Attualmente, la maggior parte dei cuori disponibili per i trapianti arriva da pazienti deceduti per morte cerebrale e non per morte cardiocircolatoria. Perché quando il cuore cessa di battere, in assenza di ossigeno e alla normale temperatura corporea il processo di degenerazione dei suoi tessuti è molto rapido.

 

Nei casi di morte cerebrale, invece, l'organo (che continua a battere) viene raffreddato all'interno del corpo, e quindi rimosso, trasportato in borse termiche alla temperatura di 4 °C e trapiantato nel cuore del ricevente.

 

Anche in questo caso, un cuore può resistere al massimo una manciata di ore (sei, in genere) e 8 organi espiantati su 10 subiscono complicazioni che li rendono poi inadatti al trapianto.

 

Con il nuovo dispositivo, un cuore che ha appena cessato di battere può essere "riportato in vita" - può cioè tornare a battere - nell'incubatrice dove, al contrario di quanto avviene attualmente, è tenuto al caldo, come avviene nel corpo umano, e non al freddo, che ne rallenta l'attività.

 

Ma è proprio questo il punto che suscita maggiori perplessità: quando considerare un donatore realmente deceduto, se il suo cuore può comunque ricominciare a battere prima in una scatola, e poi nel corpo di un'altra persona?

 

«Come si fa a dire che è irreversibile, quando la funzione circolatoria è ripristinata in un altro corpo?», commenta Robert Truog, medico e bioetico dell'Università di Harvard, che suggerisce di affidarsi al testamento biologico del paziente e al consenso delle famiglie. Ma se il paziente non ha potuto esprimere la sua volontà in merito?

 


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07 Settembre 2015 | Elisabetta Intini