Salute

La prossima pandemia? La prevedono gli anticorpi

Gli anticorpi presenti nel nostro sangue sono spia dell'insorgere di nuove epidemie: un osservatorio mondiale del sangue potrebbe aiutare ad agire per tempo.

Analizzare milioni di campioni di sangue per monitorare la possibile diffusione di nuovi patogeni: è questa l'idea di un gruppo di esperti guidati da Michael Mina, immunologo ed epidemiologo della Harvard School of Public Health, alla base d un nuovo progetto chiamato Osservatorio Immunologico Globale (GIO, Global Immunological Observatory), presentato in dettaglio su ELife. La tecnologia adoperata permetterà di rilevare centinaia di migliaia di anticorpi in un solo microlitro di sangue. Per ora si tratta di un progetto pilota pensato per monitorare la diffusione di SARS-CoV-2, il coronavirus che causa la CoViD-19, ma in futuro potrebbe essere uno strumento utile a individuare nuovi focolai epidemici.

Analizzando il sangue raccolto in forma anonima attraverso diversi canali (come banche del sangue o del plasma), il GIO monitorerà la diffusione di patogeni nuovi o già conosciuti, verificando la presenza di anticorpi che il nostro organismo crea per difendersi. L'idea ha ricevuto un'ottima accoglienza dalla comunità scientifica: «Sono proprio queste le innovazioni di cui abbiamo bisogno nella sanità pubblica», ha affermato William Schaffner, del Vanderbilt University Medical Center.

Su larga scala. Mina prevede di effettuare i test inizialmente su 10.000 campioni di sangue al giorno per poi passare, una volta ottenuti i fondi necessari a far crescere il progetto, a 100.000 al giorno solo negli Stati Uniti. Questo controllo a tappeto servirebbe, oltre a rilevare l'insorgere di nuovi patogeni, anche a monitorare la diffusione dell'influenza stagionale, permettendo agli ospedali di prepararsi per tempo e alle autorità sanitarie di distribuire il vaccino in modo efficiente.

In tempo. Nonostante gli anticorpi normalmente compaiano una o due settimane dopo l'inizio dell'infezione, secondo Mina il test fornirebbe comunque informazioni utili: «Una settimana in un'epidemia non è molto», spiega. «Se avessimo effettuato questi test su una piccola porzione di New York, avremmo rilevato che SARS-CoV-2 era già presente a febbraio, e avremmo quindi potuto consigliare al governatore Andrew Cuomo di chiudere la città il primo marzo, e non il 19».

2 luglio 2020 Chiara Guzzonato
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