La placenta è sterile o piena di microbi?

Un nuovo studio smentisce un'ipotesi recente secondo cui il neonato entra in contatto con i batteri già nel grembo materno: un caso curioso di diatriba scientifica con risvolti al di là delle ricerche sulla gravidanza.

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Illustrazione: il feto e la placenta. | Shutterstock

Per molto tempo si è creduto che, nella pancia della mamma, il feto fosse in un ambiente protetto, isolato dai microbi: che l’utero della madre e la placenta, che oltre a trasportare ossigeno e sostanze nutritive fa da barriera contro le infezioni, fossero completamente asettiche.

 

Pochi anni fa alcuni studi hanno messo in dubbio questa idea, e varie analisi hanno individuato tracce della presenza di microbi nell’utero e nella placenta. È la prova - si era detto - che il feto non si sviluppa in un ambiente sterile, ma viene a contatto con i batteri già prima della nascita, e che la ricca microflora batterica che si trova già nel neonato viene seminata nel pancione. In quest'ottica era da rivedere o da ripensare anche il “terrore” nei confronti di possibili infezioni, dato che alcune specie di microbi diventavano una componente normale o perfino utile della gravidanza.

 

Ritorno alle origini. Un nuovo studio smentisce adesso in maniera decisa questa ipotesi, e conferma invece quella secondo cui l’utero e la placenta sono per davvero un ambiente che, in condizioni normali, è quasi del tutto privo di microbi. Sembrerebbe una diatriba tra esperti su un argomento dalla portata tutto sommato limitata. In realtà intorno al dibattito "placenta sterile oppure no" si gioca anche la credibilità di un intero campo di studi, letteralmente esploso negli ultimi anni, quello sul microbiota umano, ovvero sull’influenza che le comunità di batteri che popolano il nostro corpo esercitano sulla salute.

 

Scoperte recenti. Il ribaltamento della teoria del grembo della madre sterile, che risale all’inizio del Novecento, è avvenuto in tempi recenti. Nel 2014, la ricercatrice Kjersti Aagard, del Baylor College of Medicine (Usa), annunciò in uno studio di avere individuato il DNA di molte specie batteriche, tali da formare un microbiota con caratteristiche peculiari nei campioni di placenta di 320 donne. Altri studi, in seguito, hanno confermato la scoperta, e diversi ricercatori si sono dedicati ad approfondire i dati e a studiare come l'ipotetica comunità di microbi potesse essere legata a salute o complicanze della gravidanza.

 

Il nuovo studio, di un team di ricercatori dell’Università di Cambridge, torna alla vecchia ipotesi presentando dati molto forti a sostegno, e sollevando il ragionevole dubbio che i microbi trovati dove non dovrebbero esserci siano in realtà solo il frutto di contaminazioni avvenute durante gli esperimenti, dovute sia agli strumenti (i kit con cui viene estratto il DNA), sia alle macchine con cui viene sequenziato e analizzato.

 

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A prova di inquinamento. La nuova analisi si basa sui campioni raccolti da 500 donne, e trattati con precauzioni speciali volte proprio a impedire (o al contrario, a rivelare) questo genere di contaminazione. Su molti campioni, per esempio, sono stati utilizzati due kit diversi, oppure sono stati fatti test anche su campioni di prova, o infine il DNA è stato estratto con tecniche diverse.

 

Prese queste misure, e fatte prove e controprove, in effetti, in nessuno dei campioni è apparsa una comunità di batteri come quelle descritte dai precedenti studi. L’unico microrganismo individuato in una minoranza dei campioni di placenta, il 5 per cento, è stato il batterio Streptococcus agalactiae, che può passare dalla madre al bambino durante il parto, ed è ritenuto possibile causa di gravi infezioni neonatali.

 

Se si esclude il ruolo della placenta (ma alcuni ricercatori non sono ancora convinti), resta naturalmente da spiegare come e quando inizi a svilupparsi il microbiota. L’ipotesi principale è che il primo contatto con i batteri colonizzatori si verifichi durante il parto, con il passaggio del bambino nel canale della nascita, ma ci sono ancora molte domande senza risposta.

 

Lo scontro sui microbi. Come racconta in un articolo su The Atlantic il giornalista scientifico Ed Yong, che ha pubblicato alcuni anni fa un libro divulgativo proprio sui microbi dentro di noi, questo dibattito supera l’ambito ristretto delle ricerche nel campo dell’ostetricia e della ginecologia.

 

Secondo una buona fetta di esperti, infatti, il problema della contaminazione di kit e apparecchiature di analisi è assai diffuso, e potrebbe in qualche modo limitare la portata e la rilevanza di molte scoperte (e dei relativi annunci roboanti) sul microbiota umano. In parole povere, almeno una parte degli studi che presentano scoperte di batteri in posti insoliti, suggerendo ipotesi stravaganti sulla loro funzione, potrebbero essere falsati da questo genere di problema.

 

Stranezze (in)spiegabili. Come scrive Yong, e come vari studi hanno dimostrato, il problema della contaminazione dei kit con cui viene estratto e preparato il DNA è insomma tutt’altro che un’eccezione, e nonostante le precauzioni è molto difficile evitarlo. La maggior parte di questi strumenti presenta in partenza tracce di DNA batterico, e lo stesso si può dire per le macchine con cui viene effettuato il sequenziamento.

 

Qualche traccia di DNA estraneo è poco rilevante quando si studiano organi come l’intestino, dove la presenza dei batteri è massiccia, ma è molto più importante quando si cercano microrganismi in tessuti dove la loro presenza potrebbe essere minima o mancare del tutto. Tempo fa, per esempio, alcuni studi hanno annunciato di aver individuato batteri nel cervello, organo ritenuto sterile. Altri hanno rilevato in varie parti del corpo umano la presenza di microrganismi noti per vivere solo sulle radici delle piante... Certo, è possibile, ma è anche possibile che fossero lì per caso.

 

3 settembre 2019 | Chiara Palmerini