Salute

La più antica vittima della peste è di 5 mila anni fa

Un cacciatore-raccoglitore di circa 20-30 anni di età è il primo morto di peste conosciuto. Ma il batterio che lo infettò non provocò epidemie estese.

Il batterio Yersinia pestis, lo stesso patogeno responsabile della peste di Giustiniano, della peste nera del Trecento e della peste del Seicento, è stato isolato nel DNA del cranio di un cacciatore-raccoglitore vissuto 5.000 anni fa: è, a tutti gli effetti, il più antico morto di peste di cui si abbia conoscenza. Al di là del triste primato, a destare interesse è il "profilo" del patogeno-killer, che all'epoca sembrava meno virulento e meno capace di causare epidemie su larga scala, rispetto alle sue successive evoluzioni.

Un ospite indesiderato. Diverse comunità neolitiche dell'Europa occidentale attraversarono un brusco declino di popolazione attorno a 5.500 anni fa, un evento che favorì l'arrivo dei popoli dell'Est e che è stato da alcuni storici attribuito a un'epidemia di peste. Tracce del batterio Yersinia pestis erano infatti state trovate in una donna morta in Svezia 4.900 anni fa.
 
Ora gli scienziati della Christian-Albrecht University di Kiel, in Germania, hanno analizzato il DNA prelevato dai denti e dal cranio di quattro persone - una donna, un bambino e due uomini - ritrovati in una discarica preistorica a Riņņukalns, in Lettonia, e vissute tra i 5.300 e i 5.050 anni fa. Nel codice genetico di uno dei due uomini, un individuo di 20-30 anni di età, sono stati ritrovati frammenti di DNA e proteine compatibili con la presenza prolungata del batterio Yersinia pestis nel sangue - un'infezione che lo portò alla morte.

La peste delle origini. Non solo l'uomo è la più antica vittima della peste; anche il batterio che lo colpì è di vecchia data, perché si separò da tutti gli altri ceppi noti 7.200 anni fa. Si tratta dunque del più antico ceppo di peste mai ritrovato. E si vede: le sue caratteristiche lo rendono profondamente diverso dai batteri che provocarono epidemie su larga scala nei millenni successivi.

La malattia di un singolo. Al ceppo in questione mancavano le caratteristiche genetiche per essere veicolato dalle pulci, principali vettori della peste nel Trecento. Cinquemila anni fa, secondo gli autori dello studio, lo Yersinia pestis si trasmetteva solamente dagli animali dall'uomo: la vittima ritrovata potrebbe essere stata morsicata da un castoro, visto che i resti di questi roditori sono stati rinvenuti in un vicino fiume.
 
Apparentemente, al batterio mancavano gli strumenti genetici per diffondersi da uomo a uomo e causare ondate epidemiche violente. Il team è convinto che non provocasse la peste bubbonica, che infetta i linfonodi, bensì un'infezione del sangue (peste setticemica) o dei polmoni.

Si trattava comunque di una malattia cronica e diffusa, capace di uccidere singoli individui ma difficilmente di causare una piaga su larga scala. Non a caso, su quattro persone sepolte vicine, soltanto una era ammalata, e la sepoltura era avvenuta con cura, non con la fretta di un'emergenza sanitaria.

Le voci "contro". Ma non tutti sono d'accordo con queste conclusioni. Simon Rasmussen, biologo esperto di genomica umana e batterica dell'Università di Copenhagen, continua a ritenere la peste principale responsabile del declino delle civiltà neolitiche 5.500 anni fa. La morte dell'uomo ritrovato in Lettonia si inserisce in effetti proprio in quel periodo, caratterizzato da grandi insediamenti umani, da migrazioni e commerci, interazioni che potrebbero aver favorito la diffusione del patogeno.

3 agosto 2021 Elisabetta Intini
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