Le neuroscienze del perdono

Il perdono è una strategia dell’evoluzione, un comandamento evangelico, o entrambe le cose? Perché perdonare ci fa stare meglio? La risposta potrebbe arrivare da uno studio italiano che ha scoperto che cosa succede nel nostro cervello quando scegliamo di perdonare un’offesa.

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Il 27 dicembre 1983 Giovanni Paolo II incontra - e perdona - il suo attentatore, Mehmet Ali Agca che gli aveva sparato il 13 maggio dello stesso anno. Foto: © Gianni Giansanti/Sygma/Corbis

Che si tratti di amore tradito o di amicizia offesa, il perdono viene di solito consigliato come una delle migliori medicine per guarire la ferita. Più della vendetta, secondo la maggior parte degli psicoterapeuti, consente di guardare avanti con serenità e superare il trauma. Secondo alcuni studi, ha effetti benefici anche sulla salute, diminuendo i rischi di depressione che derivano dallo stress del continuo rimuginare sull’offesa subita e sulle possibili ritorsioni.

Un cervello senza rancore
Poco o niente si sa però su quali siano i meccanismi biologici che nel cervello contribuiscono a fare del perdono una strategia apparentemente salutare e vincente per il benessere fisico e psicologico. Un gruppo di ricercatori dell’Università di Pisa, guidati da Pietro Pietrini, è andato a indagare proprio su questo aspetto.

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Il network cerebrale per guardare avanti
A dieci volontari, cinque maschi e cinque femmine, è stato chiesto di immaginare varie scene in cui subivano un torto da parte di qualcuno. Poi sono stati invitati, sempre immaginando, a perdonare, oppure a dar fuoco al risentimento aggiungendo, per rendere il tutto più realistico, anche alcune spiegazioni che alleggerivano o aggravavano, per così dire, la posizione dell’autore dell’offesa.

Il cervello si attiva
Mentre erano impegnati in questo sforzo di immaginazione, il loro cervello è stato studiato con la risonanza magnetica funzionale. A quanto pare, il perdono mette in moto una complessa attivazione cerebrale che include la corteccia prefrontale dorsolaterale, la corteccia del cingolo, il precuneo e la corteccia parietale inferiore.

La corteccia prefrontale – spiegano i ricercatori - si attiva quando diamo un particolare significato cognitivo a un’esperienza vissuta, per esempio quando interpretiamo un licenziamento come un fallimento, un’ingiustizia, o invece un’opportunità di cambiamento.

L’esperienza cambia colore
Nell’atto di perdonare, si realizzerebbe un simile processo di rivisitazione dell’esperienza, che da negativa assume una coloritura positiva. La corteccia parietale inferiore è stata invece di solito associata all’empatia, mentre il precuneo, secondo altri studi, si attiva quando ci si deve mettere nei panni dell’altro.

«Nel corso della storia il perdono è stato invocato dalla religione e da leader politici come la risposta moralmente corretta nei confronti di un’offesa» ha commentato Pietrini, autore dello studio e direttore dell’unità di psicologia clinica dell’università «Il nostro studio ora indica che il perdono affonda le proprie radici nel cervello e che si configura come un processo cognitivo articolato che può consentire all'individuo di superare stati emotivi negativi tramite la rivalutazione in termini positivi di un evento negativo».

Tra neuroscienze e comandamenti evangelici
Sicuramente, perdonare nella vita reale è diverso, più complesso e probabilmente più doloroso che immaginare di perdonare in uno studio clinico. Però chissà che davvero i percorsi nel cervello non siano gli stessi elegantemente individuati in questo esperimento. Ci sono secoli di filosofia e di religione sull’argomento. E non è un caso che i finanziamenti per compiere questa ricerca siano venuti dalla Templeton Foundation, potente organizzazione interessata a trovare un terreno comune per scienza e religione. Il perdono è una strategia dell’evoluzione, un comandamento evangelico, o entrambe le cose?

04 Dicembre 2013 | Chiara Palmerini