Salute

La Cina sembra aver domato l'ondata di covid a Pechino

Dopo tre settimane dall'allarme per una nuova ondata di contagi in Cina, è stato registrato solo un nuovo caso di contagio, e nessun decesso.

A meno di tre settimane dall'allarme per un nuovo focolaio di covid nel mercato di Xinfadi di Pechino, la Cina sembra aver spento sul nascere la nuova ondata di infezioni che aveva portato a una parziale chiusura della capitale. Mercoledì 1 luglio è stato riportato un solo nuovo caso conclamato di contagio (più due asintomatici): in tutto sono 328, i casi emersi da una massiccia campagna di tamponi che ha visto testare 7 milioni di persone sui 22 milioni di abitanti della città. Non c'è mai stata una crescita esponenziale di contagi, e non si sono registrati decessi.

Risoluti (anche troppo). Lo scorso 11 giugno la scoperta di nuovi casi di infezione da coronavirus SARS-CoV-2 presso il mercato nel distretto di Fengtai, che rifornisce di prodotti freschi la quasi totalità di Pechino, aveva bruscamente interrotto una scia di 56 giorni senza nuovi episodi di covid nella capitale. La risposta delle autorità è stata tempestiva. Scuole, ristoranti e saloni di bellezza sono stati temporaneamente chiusi mentre è partita una capillare campagna di tamponi e di contact tracing attorno ai casi emersi in 47 vie di 11 distretti della città, che sono stati subito sottoposti a più rigide condizioni di lockdown. Per il timore che il nuovo ceppo potesse essere più aggressivo dei precedenti, a chiunque avesse avuto contatti con persone contagiate è stato chiesto di rimanere in quarantena per 28 giorni, il doppio del tempo massimo in cui si pensa possa avvenire la trasmissione virale.

Un difficile equilibrio. Data la contagiosità del coronavirus SARS-CoV-2 e la prevalenza di casi asintomatici, nuovi focolai di infezione in Cina e nel resto del mondo sono inevitabili, ma la pronta gestione del caso Xinfadi ha scongiurato conseguenze su vasta scala. Una strategia di contenimento così aggressiva non è però priva di conseguenze: economiche - questa volta ad andarci di mezzo è stato il mercato di importazione del salmone, additato come possibile quanto improbabile veicolo di infezione - e sociali. Secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità, misure così draconiane rischiano di provocare l'effetto opposto, e scoraggiare chi dovesse scoprire nuovi focolai dall'avvisare le pubbliche autorità, per timore di nuove chiusure.

6 luglio 2020 Elisabetta Intini
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