Scienza

Iperattività, identificata una possibile base biologica

Uno studio di ricercatori italiani ha scoperto in studi sui topi che all'origine del disturbo da deficit di attenzione e iperattività potrebbe esserci la carenza di un enzima nel cervello.

All’origine dell’“iperattività” dei bambini potrebbe esserci l’assenza di un particolare enzima nel cervello. È la scoperta, per ora effettuata solo su animali, e quindi da confermare, di un gruppo di ricercatori dell’Istituto Neuromed di Pozzilli, in provincia di Isernia.

Un disturbo controverso. L’attention-deficit/hyperactivity disorder (ADHD), disturbo da deficit dell’attenzione e iperattività in italiano, è stato identificato a metà dell’Ottocento: riguarda i bambini e adolescenti cosiddetti “iperattivi”, che hanno grandi difficoltà a concentrarsi nelle normali attività della vita quotidiana, dalla scuola ai giochi, si distraggono molto facilmente e di solito sono molto impulsivi.

È un disturbo “controverso” perché negli ultimi anni, specialmente negli Stati Uniti, si è assistito a un’impennata di diagnosi di questo disturbo, con il forte sospetto che molti bambini semplicemente vivaci siano stati etichettati come iperattivi, con le conseguenze che questo comporta, per esempio l’assunzione di farmaci per trattare i sintomi.

Serendipity. Che in realtà il disturbo, quando diagnosticato correttamente, abbia una componente biologica importante non viene messo in dubbio dagli esperti.

Lo studio italiano, pubblicato sulla rivista EMBO Molecular Medicine, è partito da ricerche in tutt’altro settore di ricerca. I ricercatori, guidati da Daniela Carnevale, stavano studiando il ruolo di una particolare molecola, l’enzima PI3K, a livello del cuore e del sistema cardiovascolare nei topi.

Questa molecola è coinvolta nella trasmissione dei segnali all’interno delle cellule e i topi che ne sono geneticamente privi, i cosiddetti animali knock-out, in cui il gene che codifica per l’enzima è stato “spento”, hanno caratteristiche interessanti, per esempio non sviluppano l’ipertensione.

Durante queste ricerche, i ricercatori hanno però notato un fatto curioso: questi topi avevano un comportamento insolito. “Si muovevano in modo eccessivamente frenetico, avevano problemi a concentrarsi e ad apprendere, infine presentavano deficit anche nella sfera delle interazioni sociali. Insomma, le caratteristiche tipiche dell’ADHD” spiega Carnevale.

Un enzima interessante. Gli scienziati si sono allora dedicati a capire il ruolo dell’enzima PI3k nel sistema nervoso, dove infatti da poco si sa che la molecola è presente, concentrandosi in particolare sul locus ceruleus, un’area del cervello nota per essere implicata nel mantenimento dell’attenzione.

Il gruppo di Carnevale ha dimostrato che proprio l’iperattivazione del locus ceruleus determina nei topi difficoltà nel mantenimento dell’attenzione, aumento del movimento, e deficit nell’apprendimento. “I neuroni del locus ceruleus – spiega la ricercatrice – hanno quella che viene definita una scarica tonica, un ritmo. In altri termini sono una specie di pacemaker, e la regolarità dei loro impulsi ha un ruolo determinante nel mantenere il livello di attenzione. Quando questi impulsi sono troppo frequenti, come abbiamo dimostrato nei topi privi di PI3K, compaiono le caratteristiche tipiche della sindrome da iperattività e deficit di attenzione”.

La scoperta, se confermata, apre la strada alla comprensione di un meccanismo del tutto inesplorato che potrebbe essere all’origine del disturbo, oltre che a possibili nuovi trattamenti.

23 aprile 2015 Chiara Palmerini
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