Salute

Infrastrutture in tilt, piogge e quarantena: la fame nelle terre di Ebola

Emergenza alimentare ed emergenza sanitaria: un binomio che rende ancora più drammatica la situazione della popolazione dei Paesi dove infuria l'epidemia.

Interi villaggi e comunità isolate, frontiere chiuse, voli aerei internazionali sospesi: sono le inevitabili contromisure al dilagare dell'epidemia messe in campo in Liberia, Sierra Leone e Guinea. Purtroppo, tra le conseguenze c'è anche una crisi alimentare che ha origine dall'emergenza sanitaria e che si aggiunge a quella endemica.

Impossibilitati a spostarsi per le restrizioni sui movimenti, molti contadini hanno dovuto abbandonare i campi proprio nella stagione del raccolto. In Liberia, tra le aree di maggior contagio c'è la contea di Lofa, da cui proviene gran parte del cibo consumato nel Paese.

Inevitabile, dunque, il maggiore ricorso alle importazioni. Sempre in Liberia, dove il riso è l'alimento base (se ne consumano 36.000 tonnellate/mese), per adesso il governo è riuscito a fronteggiare l'emergenza con le importazioni, garantendo gli approvvigionamenti fino a dicembre-gennaio. Ma a caro prezzo: tutti i generi alimentari hanno subito un'impennata dei prezzi, e non solo in Liberia.

«I prezzi sono cresciuti del 12% in Guinea», spiega Pablo Yuste, del Programma Alimentare Mondiale (WFP), agenzia delle Nazioni Unite. Cala invece il reddito, perché molti (non solo i contadini) non possono recarsi al lavoro. «Si prevede una discesa del PIL dall'1 al 4% in un solo mese», e così sarà sempre più difficile comprare anche quel poco di cibo reperibile.

Ci sono poi gli infetti, ma soprattutto i loro familiari, costretti in quarantena (almeno 21 giorni): non possono uscire di casa, ma nemmeno riescono a incaricare qualcuno di acquistare per loro il cibo, perché nessuno li avvicina per timore del contagio. Dei malati, dei convalescenti e dei loro familiari si occupa il WFP, non senza difficoltà: per la distribuzione bisogna prima coordinare la logistica all'arrivo dei rifornimenti in porto, organizzare il trasporto via camion (che pochi trasportatori locali sono disposti a fare), considerare la difficoltà delle strade, raggiungere le diverse destinazioni, individuare i più bisognosi... Solo allora inizia la distribuzione, con personale protetto da maschere, stivali e guanti di gomma.

In Liberia il WFP ha individuato tre aree di intervento: una baraccopoli di Monrovia, dove la densità di popolazione complica ulteriormente le operazioni, la contea di Lofa e la città di Dolo. Sono già state distribuite 690 tonnellate di cibo tra riso, piselli secchi e olio; altre 500 tonnellate saranno distribuite nelle prossime ore.

Il Programma Alimentare era già presente in Liberia e nelle nazioni confinanti, per cercare di compensare la malnutrizione endemica della regione: in Guinea il 43% dei bambini sotto i 5 anni è rachitico, il 16% sottopeso e il 9% emaciato; il 13% dei neonati ha un peso insufficiente (fonti Unicef 2009).

In Sierra Leone i malnutriti sono il 46% e in Liberia il 38 (FAO, 2004-2006). A peggiorare le cose, le nazioni colpite si trovano nel periodo delle piogge.

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15 ottobre 2014 Giuliana Lomazzi
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