Salute

Influenza aviaria: è improbabile che le mucche costituiscano una minaccia pandemica

Difficilmente le mucche da latte contaminate con il virus dell'aviaria H5N1 consentiranno al patogeno di accumulare mutazioni pericolose per l'uomo.

La diffusione del virus dell'influenza aviaria H5N1 negli allevamenti di mucche da latte statunitensi è una cattiva notizia, ma è improbabile che i bovini facciano da incubatori per una nuova minaccia pandemica, pericolosa per l'uomo.

Le mammelle delle mucche dove il virus dell'aviaria si annida, contaminando il latte, sono infatti ricche di recettori cellulari simili a quelli degli uccelli, ai quali il patogeno si attacca facilmente, ma privi di recettori cellulari simili a quelli umani.

Nessun sito di aggancio. Il rischio dunque che il virus H5N1 trovi, nelle ghiandole mammarie bovine, terreno fertile per moltiplicarsi e fare "le prove generali" per infettare l'uomo, allenandosi su recettori cellulari simili ai nostri, è probabilmente inferiore rispetto a quanto temessimo, sostiene uno studio condotto dall'Università di Utrecht (Paesi Bassi) e postato sul server in pre-pubblicazione biorXiv

Una diversa serratura. Affinché i virus ci possano infettare, infatti, devono legarsi a una molecola che si trova nei tessuti animali chiamata acido sialico, presente in molte diverse versioni. Per esempio, l'acido sialico nelle alte vie respiratorie degli uccelli è diverso da quello che si trova nel naso e nella gola umani: è una fortuna, perché significa che - per ora - i pochi esseri umani che contraggono l'aviaria non diffondono il virus tossendo o starnutendo.

Varianti di acido sialico analoghe a quelle dei pennuti si trovano tuttavia in altri tessuti del nostro organismo, per esempio nei polmoni, ragion per cui in alcuni casi il virus dell'aviaria può comunque contagiarci.

Affinità pericolose. Il 3 maggio scorso, un gruppo di scienziati dell'Università del Tennessee aveva suggerito, in alcuni dati preliminari, che un tipo di acido sialico simile a quello degli uccelli si trovasse in abbondanza nelle mammelle delle mucche: un fatto che spiegherebbe perché il virus sia presente nel latte crudo, appena munto, nonché le dinamiche della sua trasmissione, avvenuta - si pensa - attraverso utensili per la mungitura non sterilizzati.

Un pensiero in meno. Il lavoro del team olandese spegne una preoccupazione rimasta latente da allora, cioè che nelle mammelle bovine potesse essere presente anche un tipo di acido sialico analogo a quello umano. Non è così, «e, senza questo tipo di recettori simili ai nostri nelle ghiandole mammarie, le possibilità che il virus si adatti ad essi sono piuttosto ridotte», spiega Robert De Vries, a capo dello studio.

convivenze nefaste. Lo studio ha inoltre escluso che versioni di acido sialico simili alle nostre siano presenti nelle alte vie respiratorie delle mucche.

Se così fosse stato, avrebbe significato, per i bovini, la possibilità di incubare altri virus influenzali umani che non avevamo ancora cercato, con i quali il virus dell'aviaria avrebbe potuto scambiare geni, accumulando le caratteristiche di un super virus pandemico.

Una minaccia latente. In ogni caso, se gli allevatori che lavorano a stretto contatto con i bovini infetti continueranno a rimanere contagiati, le possibilità che il virus dell'aviaria accumuli mutazioni utili a propagarsi con una maggiore diffusione aumenteranno. Eliminare il virus dell'aviaria dalle mucche è comunque importante per scongiurare nuove infezioni umane: bisogna negare all'H5N1 l'opportunità di guadagnare la capacità di legarsi ai nostri recettori cellulari, o peggio ancora di scambiare geni con altri virus influenzali umani, moltiplicando la sua virulenza.

14 giugno 2024 Elisabetta Intini
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