Alzheimer: la ricerca e le nuove speranze vai allo speciale

Il riposo aiuta la memoria, è scientifico

Memoria: il sonno è utile ma non indispensabile. Anche solo pochi minuti di riposo migliorano di molto le nostre capacità di ricordare.

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|Koichiro Zamma

Se avete bisogno di memorizzare un testo, una regola o i vocaboli di una nuova lingua, c'è un modo infallibile: dormire... o quasi. Le più recenti ricerche suggeriscono infatti che, in questa circostanza, non è indispensabile il sonno: bastano 10 o 15 minuti a riposo, lasciando la mente libera di vagare. In questo modo il cervello si ricarica e memorizza i dati appena acquisiti.

 

I risultati, come spiega un articolo pubblicato su BBC Future, sono garantiti: gli studi hanno dimostrato che se per le persone sane i dati memorizzati aumentano tra il 10 e il 30%, per chi ha subito danni neurologici - per esempio un ictus - i benefici sono ancora maggiori.

Mi riposo, dunque ricordo. Il fatto che il riposo consolidi la memoria è un dato acquisito: per primi lo documentarono a inizio Novecento lo psicologo tedesco Georg Elias Muller e Alfons Pilzecker, suo allievo, che scoprirono che appena la memoria acquisisce nuove informazioni è fragile e suscettibile alle interferenze. Ha quindi bisogno di essere rafforzata: ma come?

 

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Brevi periodi di riposo possono aiutare anziani e giovani anche a migliorare la memoria spaziale, favorendo la memorizzazione di punti di riferimento e potenziando la capacità di fare mappe cognitive anche in ambienti virtuali. Sono stati dimostrati vantaggi anche su pazienti neurologici e persone ai primi stadi del morbo di Alzheimer. | Shutterstock

La risposta è arrivata all'inizio degli anni 2000. Sergio Della Sala (Università di Edimburgo, UK) e Nelson Cowan (Università di Missouri, Usa) hanno ripreso gli studi precedenti per capire se una riduzione delle interferenze esterne potesse essere utile a migliorare la memoria dei pazienti con danni neurologici.

 

Per testarlo hanno fatto un esperimento, mostrando ai partecipanti liste di 15 parole. Poi li hanno divisi in due gruppi: il primo gruppo ha continuato a fare test cognitivi, il secondo è stato mandato in una stanza buia a riposare. Dopo 10 minuti si è verificato quale dei due gruppi avesse memorizzato meglio la lista. I risultati sono stati sorprendenti: mentre sui due pazienti più gravi non c'erano stati benefici, per tutti gli altri i risultati erano evidenti. Chi aveva riposato triplicava il numero di parole ricordate, raggiungendo quasi gli standard di chi non aveva danni neurologici.

 

Un altro test ha poi confermato i risultati. Questa volta ai partecipanti fu chiesto di ascoltare una storia e un'ora più tardi si è proposto loro di rispondere ad alcune specifiche domande. Chi non aveva riposato ricordava il 7% della storia, gli altri fino al 79%. I benefici, seppure in diversa misura, riguardavano tutti: il riposo, in chi non aveva danni neurologici, aumentava il ricordo tra il 10 e il 30%.

Dolce far niente. Riposare però non vuol dire necessariamente dormire. I pazienti che si sono sottoposti agli esperimenti, si sono limitati a rilassarsi in una stanza buia e silenziosa. Senza distrazioni e, soprattutto, senza smartphone: è importante infatti che il cervello, per ricaricarsi, non subisca interferenze esterne ed eviti qualsiasi sforzo mentale.

 

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Per chi ha subito danni neurologici, ricordare anche solo un nome può essere un'impresa. | Shutterstock

Nessuno al momento è in grado di spiegare precisamente quale correlazione ci sia tra riposo e memoria: quel che è stato dimostrato finora è che dal momento che i ricordi sono codificati, è necessaria una fase di consolidamento perché vengano memorizzati. Il riposo potenzia questa fase perché mentre ci rilassiamo l'ippocampo - dove si formano i primi ricordi - e la corteccia comunicano meglio, le connessioni neurali sono quindi maggiori.

 

Risvolti pratici. Questo è stato confermato anche dagli studi del 2010 di Lila Davachi (Università di New York). Durante il suo esperimento la ricercatrice ha chiesto ai partecipanti di memorizzare coppie di immagini (facendo corrispondere una faccia a un oggetto o a una scena). Poi li ha fatti riposare, constatando che in questa fase aumentava l'intensità delle connessioni tra l'ippocampo e le aree della corteccia visiva.

Questo filone di studi promette di avere riscontri pratici sui pazienti neurologici, persone per cui ricordare un nome o il volto di una persona è un'impresa complicata. Le buone notizie però riguardano tutti: periodi di riposo possono infatti aiutare anche chi ha semplicemente l'esigenza di fissare in testa i concetti appena appresi. Studenti, ma non solo: per tutti, il trucco è ricordarsi di trattare il cervello come lo smartphone - lasciandolo in carica per alcuni minuti, il tempo necessario a che le informazioni si fissino nella memoria.

19 Febbraio 2018 | Giuliana Rotondi