Salute

Il primo trapianto di cellule cardiache coltivate in laboratorio

In Giappone sono state trasferite su un paziente cellule cardiache ottenute da staminali: il nuovo tessuto rigenera le parti di cuore danneggiate.

A 53 anni dal primo trapianto di cuore, gli scienziati dell'Università di Osaka hanno compiuto un altro importante passo nella cura delle più gravi patologie cardiovascolari: per la prima volta, hanno trapiantato cellule cardiache coltivate in laboratorio su un paziente. L'intervento è stato effettuato ad Osaka all'inizio del mese e annunciato in una conferenza stampa lunedì 27 gennaio. L'uomo, ancora ricoverato e sotto osservazione, era reduce da una cardiomiopatia ischemica, una condizione in cui il muscolo cardiaco risulta danneggiato in seguito a un infarto o a una malattia coronarica, che limitano l'afflusso di sangue ai tessuti.

Toppa biologica. L'equipe medica dell'Università di Osaka ha generato cellule staminali pluripotenti indotte (iPSC) dal sangue di un donatore: poiché queste cellule sono per definizione capaci di differenziarsi in qualunque altro tipo cellulare, sono state usate per una produzione su larga scala di cardiomiociti - le cellule che costituiscono il muscolo cardiaco e permettono la sua contrazione. Milioni di cardiomiociti sono stati sistemati su un foglio biodegradabile di 0,1 millimetri di spessore, che è stato trasferito sulle parti danneggiate del cuore del paziente. Il foglio si dissolverà, mentre le cellule cardiache continueranno a moltiplicarsi rigenerando vasi sanguigni e tessuto muscolare.

Una seconda strada. Precedenti test sui maiali avevano dimostrato l'efficacia della tecnica nel ripristinare la funzionalità dell'organo. Al primo trapianto su un paziente umano ne seguiranno altri nove, nei prossimi tre anni. Se la procedura dovesse dimostrarsi sicura e risolutiva, in futuro potrebbe costituire una possibile alternativa ai trapianti di cuore veri e propri, interventi salvavita che comportano però lunghe liste di attesa, nonché costi e rischi importanti.

5 febbraio 2020 Elisabetta Intini
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