Il cibo in scatola potrebbe influire sull'assorbimento intestinale

Le nanoparticelle di ossido di zinco che aiutano a conservare alcuni alimenti in lattina potrebbero essere trasferite al cibo e attraverso di esso arrivare all'intestino, a cui sembrano non fare bene.

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Sotto la lente degli scienziati. Vedi anche 11 differenze tra cibo industriale e lavorato.|Shutterstock

Il packaging per alimenti potrebbe influire negativamente sulle capacità del nostro tratto digerente di assimilare i cibi. È quanto emerge dai risultati preliminari di una ricerca della Binghamton University, condotta per ora su colture cellulari in laboratorio - e non su persone in carne ed ossa, né per lunghi periodi di tempo.

 

Le particelle di ossido di zinco (ZnO) aggiunti ai rivestimenti interni di alcuni contenitori di cibi in scatola per le proprietà antimicrobiche dello ZnO, sembrano influenzare le capacità di assorbimento dei microvilli, ossia delle cellule che rivestono l'interno dell'intestino e che aumentano la superficie capace di assorbire i nutrienti del cibo.

Dal barattolo al contenuto. I ricercatori sono ricorsi alla spettrometria di massa, una tecnica usata nella chimica per determinare natura e quantità di sostanze note o sconosciute, per capire quante particelle di ossido di zinco fossero state trasferite ad alcune porzioni di cibo in scatola, come tonno, mais, pollo e asparagi. Hanno scoperto che sul cibo era presente circa un centinaio di volte la quantità massima giornaliera consentita di questa sostanza. Così hanno deciso di studiarne gli effetti sulle cellule dell'intestino.

 

Le conseguenze. Non è la prima volta che accade, ma gli studi passati si erano concentrati su dosi molto alte, che determinavano la morte delle cellule. In questo caso si sono indagati gli effetti più "sottili", quelli sulla funzionalità cellulare. Le particelle di ossido di zinco si depositano sulle pareti del tratto gastrointestinale dove causano la perdita o il rimodellamento dei microvilli. La perdita di queste cellule comporta la riduzione della superficie capace di assimilare sostanze nutritive; alte dosi di queste nanoparticelle possono anche dare origine a segnali che scatenano una risposta infiammatoria.

 

Poiché lo studio è stato compiuto su colture cellulari, è difficile stabilire quali siano gli effetti a lungo termine sulla salute umana. Ora i ricercatori stanno studiando le conseguenze di questo tipo di sostanze su modelli animali. Il prossimo passo sarà capire se e come interagiscano con il microbioma intestinale.

 

13 Aprile 2018 | Elisabetta Intini