Scienza

Il caso di una reinfezione da covid più grave della prima

A due mesi di distanza dalla prima infezione, una reinfezione in forma grave da SARS-CoV-2 conferma che sappiamo ancora poco sull'immunità alla CoViD-19.

Un venticinquenne del Nevada (USA), dopo aver contratto la covid a fine marzo ed essere risultato negativo al tampone durante tutto il mese di maggio, il 5 giugno è risultato nuovamente positivo, sviluppando sintomi più gravi della prima infezione e venendo ricoverato per difficoltà respiratorie. Il suo caso è stato analizzato in uno studio pubblicato su Lancet: se è vero che già in precedenza si era parlato di casi (reali o presunti) di reinfezione, questa è la prima volta in cui un paziente contrae una forma più grave della malattia dopo averla già avuta.

Ceppi diversi. Gli esperti escludono che si tratti della stessa infezione, rimasta dormiente e poi riemersa con il manifestare di nuovi sintomi. Analizzando il codice genetico dei due SARS-CoV-2, emerge una netta differenza tra quello che ha infettato il paziente a fine marzo e quello di inizio giugno. «Ciò che abbiamo scoperto dimostra che non è detto che una prima infezione protegga da infezioni future», afferma Mark Pandori, uno degli autori dello studio. «Per questo è importante che, una volta guariti, gli infetti continuino a rispettare le norme anti-covid».

Rarità. Finora le reinfezioni da covid sembrano essere rare, con solo alcuni casi su quasi 40 milioni di contagi confermati. Tuttavia è ancora presto per avere certezze su quanto diffusa sia la possibilità di venire contagiati nuovamente, anche se sembra probabile che l'immunità alla CoViD-19 duri solo qualche mese. Ciò che stupisce del caso del venticinquenne del Nevada è che la seconda reinfezione sia stata più grave della prima: il corpo, conoscendo già SARS-CoV-2, dovrebbe avere più forza per combatterlo una seconda volta.

Anticorpi problematici? Gli esperti hanno avanzato due ipotesi: la prima, che la seconda volta il paziente sia venuto in contatto con maggiori quantità di virus; la seconda, che, come è accaduto con malattie come la dengue, gli anticorpi sviluppati in risposta al ceppo di SARS-CoV-2 della prima infezione abbiano causato problemi con un altro ceppo di SARS-CoV-2, responsabile del secondo contagio. «È ancora presto per trarre conclusioni», afferma Paul Hunter (University of East Anglia), che non ha partecipato allo studio. «Quel che è certo è che questi risultati mostrano ancora una volta che sappiamo troppo poco sulla risposta immunitaria alla CoViD-19».

23 ottobre 2020 Chiara Guzzonato
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