I primi ovociti umani coltivati in laboratorio

Dopo trent'anni di ricerche è stato possibile far crescere cellule sessuali femminili in vitro, a partire da tessuto ovarico e fino allo stadio utile alla fertilizzazione. Un passo importante nella preservazione della fertilità.

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La cellula uovo matura e pronta per essere fecondata: l'ovocita è stato "cresciuto" in laboratorio.|David Albertini

Ovociti cresciuti in laboratorio, a partire da una piccola porzione di tessuto ovarico: per la prima volta - dopo tre decenni di ricerche - l'intero ciclo di maturazione delle cellule sessuali femminili è stato completato in vitro, fino a raggiungere uno stadio adatto alla fecondazione.

 

Quello ottenuto da Evelyn Telfer, esperta di biologia riproduttiva dell'Università di Edimburgo (Scozia), è un risultato potenzialmente molto importante, per le donne che rischiano di perdere prematuramente la propria fertilità.

 

Tuttavia non è ancora chiaro se le cellule uovo risultanti, maturate in soli 22 giorni (contro i 5 mesi canonici impiegati nel corpo femminile), siano potenzialmente capaci di dare origine a un embrione sano, dopo l'incontro con uno spermatozoo. 

 

I pezzi del puzzle. La maturazione di ovociti in laboratorio era già stata tentata con successo nei topi, e aveva dato origine a gravidanze normali. Fasi parziali del processo erano già state testate anche per le cellule sessuali femminili umane, ma nessuno era ancora riuscito a portarlo a termine dall'inizio alla fine, a partire da zero.

I passaggi chiave. Dopo aver prelevato campioni di tessuto ovarico da 10 donne di età compresa tra i 25 e i 39 anni, e aver isolato 87 follicoli ovarici (le minuscole "sacche" entro le quali maturano i precursori delle cellule uovo), i ricercatori li hanno lasciati sviluppare in diversi cocktail di nutrienti, seguendo quattro fasi di crescita dai primissimi stadi fino alla maturità.

 

Soltanto 9 cellule hanno raggiunto la maturità piena, sono state cioè capaci di dimezzare il loro corredo cromosomico in modo da essere pronte per un eventuale incontro con uno spermatozoo (che nello studio, non è avvenuto). Prima di questo passaggio, una cellula uovo non può essere fecondata.

 

Le varie fasi di crescita degli ovociti nei diversi terreni di coltura: nella prima sono ancora immature; nella terza si trovano in una fase avanzata dello sviluppo. | Prof Evelyn Telfer and Dr Marie McLaughlin, the University of Edinburgh

Prospettive. La tecnica, che deve ancora essere perfezionata e che impiegherà molti anni prima di trovare applicazioni cliniche, è particolarmente promettente per le donne a rischio di perdita precoce della fertilità, per esempio perché sottoposte a trattamenti di chemioterapia o radioterapia.

 

Attualmente, per le ragazze che seguono terapie oncologiche prima di aver raggiunto la pubertà (quella fase dello sviluppo a partire dalla quale, ogni mese, la rottura del follicolo libera una cellula uovo matura), l'unica via per lasciare aperta la possibilità di una futura gravidanza è l'asportazione e il successivo autotrapianto di tessuto ovarico. Tuttavia, con questa procedura c'è il rischio di reintrodurre nel corpo cellule malate.

La nuova tecnica permetterebbe di far crescere ovociti in laboratorio e utilizzarli per la procreazione assistita. Per le donne che subiscono chemioterapia dopo la pubertà, si aprirebbe invece la prospettiva di coltivare centinaia di ovociti in coltura anziché essere costrette a cicli veloci di fecondazione in vitro prima di poter iniziare le cure (ritardandole).

 

Domande aperte. La ricerca ha comunque ancora molti limiti: non è stata effettuata un'analisi genetica degli ovociti maturi per capire se siano sani, e se la velocità di crescita ne abbia modificato le caratteristiche; è stato inoltre usato tessuto ovarico "fresco" e non congelato, come avverrebbe di norma in ambito clinico.

 

Infine le cellule arrivate allo stadio finale sono poche, e alcune di esse presentano un globulo polare (la parte dell'ovocita espulsa prima della maturazione finale) eccezionalmente grande, possibile segno di un'anomalia.

 

L'importante lavoro, pubblicato sulla rivista scientifica Molecular Human Reproduction, resta insomma ancora sperimentale.

 

09 Febbraio 2018 | Elisabetta Intini