Salute

HIV: un nuovo modo per arginarne la trasmissione

Un impianto simile a una spirale scoraggia dall'entrare in azione le cellule immunitarie che il virus prende di mira. Così si riducono i possibili bersagli dell'infezione.

Un piccolo impianto vaginale sviluppato dagli scienziati dell'Università di Waterloo (Canada) potrebbe contribuire a proteggere le donne dalla trasmissione dell'HIV. Il dispositivo agisce riducendo il numero di cellule immunitarie che si schierano contro il virus, e che così facendo si rendono vulnerabili all'infezione.

Nessuno si muova. L'HIV si diffonde infatti corrompendo preferibilmente i linfociti T, globuli bianchi che il sistema immunitario mette in campo per contrastare "l'intruso". È stato però osservato che i linfociti, se invece di intervenire per combattere prontamente il virus, se ne restano inizialmente a riposo (in uno stato definito di quiescenza immunitaria), non vengono infettati e la trasmissione non avviene. I farmaci ad assunzione orale studiati per indurre questa "tregua armata" non sempre sono efficaci. Il dispositivo che agisce nel luogo esatto della trasmissione sessuale, potrebbe dare risultati migliori, e in modo economico.

Un dettaglio del dispositivo. © University of Waterloo

Come funziona. Di aspetto simile a una spirale, l'impianto è costituito da un tubo cavo e poroso che rilascia gradualmente idrossiclorochina, un farmaco antimalarico che ha anche l'effetto di calmare l'attivazione immunitaria.

La sostanza è gradualmente assorbita dal tratto genitale femminile, mentre due bracci pieghevoli tengono il dispositivo in posizione.

La ricerca ha preso spunto da alcuni passati studi su donne kenyane che non avevano contratto l'infezione nonostante ripetuti rapporti non protetti con uomini sieropositivi. Successive analisi avevano svelato che i linfociti T di queste donne si trovavano in uno stato di quiescenza immunitaria. Il team canadese ha quindi provato a riprodurre questa condizione farmacologicamente.

Quanto è affidabile? Per ora l'impianto è stato testato, con buoni risultati, su modelli animali, dove ha portato a una significativa riduzione dell'attività dei linfociti T. Il prossimo passo sarà capire se possa essere usato sulle pazienti, se sia sicuro anche da solo o se invece vada abbinato ad altre forme di prevenzione.

19 aprile 2018 Elisabetta Intini
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