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Gli anticorpi contro la covid potrebbero durare pochi mesi

Gli anticorpi sviluppati contro il coronavirus SARS-CoV-2 sembrano sparire in fretta: se fosse così un vaccino da somministrazione unica potrebbe non bastare.

Anticorpi contro la covid: quanto dura l'immunità?
Un test degli anticorpi contro la COViD-19. Nei pazienti che contraggono l'infezione in forma lieve, le difese sembrano affievolirsi prima. | Shutterstock

L'immunità contro la CoViD-19 potrebbe avere vita breve: è quanto suggerisce uno studio britannico che ha seguito nel tempo un centinaio di pazienti reduci da forme più o meno gravi dell'infezione e poi guariti. Gli anticorpi neutralizzanti, ossia quelli capaci non solo di riconoscere ma anche di bloccare il virus, scemano rapidamente con il tempo - ma sembrano più abbondanti e duraturi in chi ha avuto un decorso più serio. Se fossero confermati i dati preliminari, disponibili su medRxiv ma ancora in attesa di revisione, occorrerebbe rivedere le aspettative globali su una possibile immunità di gregge e su un vaccino immediatamente risolutivo.

 

Un fuoco di paglia. Gli scienziati del King's College London hanno cercato ripetutamente, tra marzo e giugno 2020, gli anticorpi contro il coronavirus SARS-CoV-2 nel sangue di 96 tra pazienti e operatori sanitari degli ospedali Guy's e St Thomas' del National Health Service Foundation Trust. Tutti i pazienti avevano in precedenza ricevuto una diagnosi di covid. I livelli di anticorpi neutralizzanti sviluppati dall'organismo contro l'infezione mostravano un picco dopo tre settimane dall'inizio dei sintomi, per poi diminuire rapidamente.

 

Anche se la maggior parte dei pazienti (il 60%) aveva prodotto un'imponente risposta immunitaria durante la malattia, soltanto il 17% mostrava ancora lo stesso livello di anticorpi neutralizzanti al termine dei tre mesi di monitoraggio. In chi aveva contratto la covid in forma lieve gli anticorpi erano appena rintracciabili, mentre sono parsi più diffusi e duraturi nei pazienti usciti da forme gravi della malattia.

Che cosa implica lo studio. Il lavoro fa riemergere il sospetto che l'immunità umorale (cioè mediante gli anticorpi prodotti dai linfociti B in risposta all'invasione di un patogeno) contro il SARS-CoV-2 possa somigliare a quella sviluppata contro altri coronavirus meno pericolosi - come quelli che causano comuni raffreddori e che possono infettare ripetutamente. Proprio di questi giorni è la notizia di una donna residente a Pozzuoli (Napoli) tornata positiva alla covid mesi dopo averla contratta ed essere guarita. 

 

Se i dati fossero confermati vorrebbe dire che la tanto auspicata immunità di gregge potrebbe non arrivare mai, e non solo perché relativamente poche persone contraggono l'infezione, ma perché anche in chi guarisce gli anticorpi durano poco. Soprattutto, significherebbe veder sfumare le speranze di un vaccino che cancelli l'incubo pandemia con una singola somministrazione. Piuttosto, potremmo aspettarci forme di protezione transitoria, da somministrare nei casi più a rischio.

 

Fortunatamente l'immunità umorale non è l'unico tipo di risposta immunitaria sulla quale possiamo contare. Esiste anche la reazione cellulo-mediata, derivante dal contatto dei linfociti T con l'antigene (la firma proteica specifica) del virus. Questo tipo di immunità provoca la distruzione delle cellule infette e stimola la produzione di molecole infiammatorie, le citochine, che rendono più efficace la risposta al patogeno. Anche questa seconda risposta potrebbe fornire una qualche forma di protezione: siamo ancora ben lontani dall'avere certezze sull'immunità alla COViD-19.

 

14 luglio 2020 | Elisabetta Intini