Fertilità e infertilità, quello che non si è detto

Come si misura la fertilità delle coppie? In passato era più alta? Davvero, passati i 35 anni, per una donna diventa così difficile fare figli? Dopo la campagna delle polemiche, ecco qualche riflessione su numeri e dati in occasione del fertilityday.

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Una delle "cartoline" della campagna #fertilityday: più dell'idea, è questo approccio che ha scatenato mille polemiche.

Dopo le polemiche, l’indignazione, l'ironia scatenate sui social media - con una risonanza tale da guadagnarsi l’attenzione del New York Times, eccoci infine al 22 settembre, il famigerato fertilityday.

 

Nel polverone che è seguito alla campagna ministeriale, suonata offensiva o inopportuna per molte e molti (e ora rivista e corretta), c’è stata anche molta confusione: argomenti di natura medica e di salute pubblica o individuale si sono mischiati con questioni prettamente sociali e politiche. Proviamo a fare chiarezza.

 

"Non vogliamo" oppure "non possiamo" fare figli?

Il presupposto dell'iniziativa è che in Italia si assiste a un calo della fertilità. Ma quelli che da noi, e in altri Paesi occidentali, sono in caduta libera sono

 

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#natalità, col risultato che siamo uno dei paesi con il tasso più basso al mondo di nuovi nati, 1,37 per donna (la media europea è 1,6).

 

Questo è ciò che in inglese si indica con fertility: «Ma in italiano è differente: fertilità è la capacità di avere figli, l’opposto della sterilità”, spiega Maria Castiglioni, docente di demografia all’Università di Padova. Certo, essere fertili è uno degli aspetti sottostanti della fecondità, ma i due concetti non coincidono per i demografi, e neppure per il senso comune: non fare figli non significa necessariamente non essere capaci di farli. Significa (anche) che non ci sono le condizioni, economiche e sociali, per pensare di metterli al mondo, come molti hanno sottolineato.

 

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Sulla falsariga delle cartoline della campagna #fertilityday, ecco una delle tante risposte sui social network.

 

Come si calcola la fertilità?

«Non è facile studiarla e misurarla», aggiunge Castiglioni, «innanzi tutto perché non viene considerata in astratto, ma su coppie concrete, ciascuna con il proprio modo di vivere la sessualità. Poi perché, con la diffusione della contraccezione, è difficile dire quanto le possibilità di concepire siano le stesse, superiori o inferiori rispetto al passato.»

 

La maggior parte dei dati sulla fertilità deriva da epoche precedenti alla nostra. Per stimare il cosiddetto tasso naturale di fertilità, i demografi prendono di solito in considerazione popolazioni presso cui non veniva usata alcuna forma di controllo delle nascite (criterio peraltro contestato da alcuni storici). In quelle condizioni - questo è il ragionamento - se la coppia era fertile, i figli arrivavano subito dopo il matrimonio.

 

La serie di dati più nota, sulla popolazione che viveva nelle campagne francesi tra la fine del Seicento e i primi decenni dell’Ottocento, ha trovato un tasso di infertilità di circa il 5 per cento.

 

Altro modo di studiare la questione è prendere dati dalle popolazioni moderne che per scelta non fanno uso di contraccettivi, per esempio gli hutteriti, comunità protestanti che vivono in maniera tradizionale, un po’ come i più noti amish. In queste popolazioni si stima che la sterilità primaria, cioè di una coppia incapace di avere figli fin dall’inizio della vita riproduttiva, sia di nuovo circa il 5 per cento.

 

Siamo meno fertili che in passato?

Rispondendo alle critiche, il ministro della salute Beatrice Lorenzin ha affermato che la campagna non intendeva essere una “chiamata alla riproduzione”, ma un invito a discutere di prevenzione della fertilità, dato che il 15-20 per cento delle coppie nei paesi industrializzati - una su cinque - secondo le statistiche dell’Organizzazione mondiale della sanità, ha problemi nel concepimento di figli.

 

Ma davvero la fertilità, intesa come capacità di fare figli, quando lo si voglia, è diminuita rispetto all’epoca dei nostri nonni o bisnonni? «I pochi dati affidabili a disposizione non danno l’impressione che in assoluto la fertilità sia peggiorata» afferma Castiglioni. Per esempio, secondo l’ultimo rapporto Sessualità e riproduzione nell’Italia contemporanea, dell’Associazione italiana per gli studi di popolazione, le coppie sterili in senso stretto sono ancora più o meno il 5 per cento del totale, mentre superano il 10 per cento dopo che la donna è oltre i 35 anni, e il 25 per cento se la donna è ultraquarantenne. Il 15-20 per cento è quindi complessivo, mentre la suddivisione per classi di età dà un'immagine più sfumata (e probabilmente anche meno "drammatica").

 

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Cartoline della campagna #fertilityday.

 

Come cala la fertilità con l’età?

Detta con l’immagine principale usata nella campagna contestata: quando è che nella clessidra non rimane quasi più sabbia? «È indubbio che la fertilità cali con l’età», risponde Castiglioni. Ma anche quantificare questa diminuzione non è facile.

 

I dati storici dicono che il tasso di successo (gravidanza entro un anno di tentativi) per le donne che cominciano a provare verso i 30 anni è del 75 per cento; del 66 per quelle che iniziano a 35, e del 44 per cento per quelle che decidono a partire dai 40. Oggi ci sono statistiche più affidabili, basate sulle ricerche di uno studioso di statistica dell’Università di Padova, Bernardo Colombo, che ebbe l’idea di ricavare informazioni sulla fertilità sulla base dei dati forniti dalle coppie che si rivolgevano ai centri per l’insegnamento dei metodi di contraccezione naturale.

 

Da questi studi si è stimato anche quanto l’età incida sulla difficoltà di concepimento: le possibilità per una donna di rimanere incinta con un rapporto nel giorno più fertile del ciclo sono circa una su due per le donne tra i 19 e i 26 anni, e poco meno di una su tre per quelle tra i 35 e i 39. Altro dato è che fino verso i 33 anni il declino della fertilità in relazione all’età è trascurabile, poi aumenta per diventare molto significativo verso i 39 anni.

 

E per i maschi?

Anche la fertilità maschile cala in modo significativo sul finire dei trent’anni, anche se non viene quasi mai ricordato. In ogni caso, gli studi documentano una grande variabilità nelle probabilità di una gravidanza tra coppie della stessa età che hanno rapporti nel giorno più fertile del ciclo: dal 20 al 60 per cento. Come dire che l’età da sola vuol dire poco.

 

 

Perché sempre più coppie ricorrono alla procreazione assistita?

In Italia le coppie che vi hanno fatto ricorso sono state circa 46mila nel 2005, e 70mila - quasi due terzi in più - nel 2014. Proprio i numeri sulle percentuali di ricorso alla fecondazione assistita vengono spesso utilizzati per dire che siamo sempre meno fertili.

 

Secondo la definizione ufficiale una coppia è infertile se non ha ottenuto un concepimento dopo 12 mesi di rapporti non protetti. Se la donna è sopra i 35 anni, la diagnosi scatta dopo soli sei mesi. Dato che con l’età diminuiscono le probabilità di concepimento (seppure non in maniera drammatica come viene spesso paventato) sembrerebbe logico aspettare di più. Il ragionamento degli esperti di infertilità è invece che è bene indagare prima perché, in caso di problemi, il tempo per correre ai ripari è inferiore, e con esso le probabilità di successo di una eventuale fecondazione assistita.

 

 

C’è però anche da dire che a molte delle coppie che si rivolgono ai centri per la procreazione assistita - oltre un terzo - non viene diagnosticato un problema specifico che spieghi l’infertilità.

 

Esiste poi un altro modo di interpretare i dati. «La disponibilità delle tecniche di fecondazione assistita, sempre più accettate socialmente, porta probabilmente ad aumentare anche il numero delle coppie che vi ricorrono», suggerisce Castiglioni. In parole povere, con l’aumento dell’offerta, aumenta anche la domanda.

 

22 Settembre 2016 | Chiara Palmerini