Farmaci anti COVID-19: il punto sulle sperimentazioni

Dagli antimalarici alle terapie per l'HIV, fino alla surreale vicenda Avigan: come procedono i test delle cure (per nulla miracolose) per la COVID-19.

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Una cura per la COVID-19 ancora non c'è, ma proseguono i test di alcuni farmaci già usati per altre patologie. | Shutterstock

Per il momento non c'è una cura specifica appositamente formulata per trattare i pazienti con COVID-19. Le forme più gravi della malattia da coronavirus SARS-CoV-2 richiedono assistenza respiratoria e terapie di supporto (che alleviano i sintomi): in alcuni casi, i medici somministrano antibiotici per contrastare le infezioni secondarie. In attesa di un vaccino, la comunità scientifica si muove per reclutare nella lotta alla COVID-19 farmaci antivirali già approvati e usati per altre patologie, nella speranza che qualcosa funzioni e, soprattutto, che sia già a portata di mano. I risultati di alcune di queste sperimentazioni sono stati resi noti da poco, altri saranno pubblicati nelle prossime settimane. Facciamo il punto su quanto sappiamo - consapevoli che, ad oggi, l'arma più efficace che abbiamo è la prevenzione.

 

Clorochina/Idrossiclorochina. Sono farmaci antimalarici celebrati in anticipo e con facili entusiasmi dal Presidente americano Donald Trump. L'effetto immuno-modulatore (cioè che regola le alterazioni delle risposte immunitarie) della clorochina e delle sue sue varianti è noto da tempo: questi farmaci sono talvolta usati con successo nel trattamento di malattie autoimmuni, come l'artrite reumatoide e il lupus eritematoso sistemico, e diversi lavori scientifici hanno confermato la loro efficacia prima in vitro e poi su modelli animali contro il coronavirus responsabile della SARS.

 

La sperimentazione in vitro della clorochina contro altre malattie virali, come la febbre dengue o la chikungunya (zoonosi trasmessa dalle zanzare) non hanno avuto seguito nei trial clinici sull'uomo per un problema di dosaggio: la dose necessaria per trarre benefici sarebbe troppo alta.

 

Dopo lo scoppio dell'epidemia da COVID-19 ricercatori cinesi dichiaravano una qualche efficacia in vitro della clorochina contro il SARS-CoV-2, fatto che ha dato il via a una serie di sperimentazioni cliniche in Cina, con risultati a parole incoraggianti, ma poco suffragati da dati scientifici sul decorso della malattia. In seguito, l'uso degli antimalarici contro la COVID-19 è entrato in molte linee guida di trattamento della malattia.

 

I medici dell'IHU-Méditerranée Infection di Marsiglia, in Francia, hanno trattato 26 pazienti per 10 giorni con idrossiclorochina e azitromicina: il secondo farmaco è un antibiotico inserito nel cocktail per aumentare l'efficacia dell'antimalarico, che ha un'azione antivirale aspecifica. A sei giorni dall'inizio i pazienti trattati avevano una minore quantità di virus nei tamponi nasali rispetto ad altri pazienti non sottoposti al trattamento. Anche in questo caso risultati positivi, ma lo studio non è stato rigorosamente controllato e il campione è troppo piccolo per dare indicazioni precise. Inoltre la clorochina è un farmaco che può avere controindicazioni importanti (può alterare il battito cardiaco): in Arizona, un uomo è morto per averne ingerito una dose a casa nel tentativo di prevenire il coronavirus, dopo aver sentito Trump elogiarne i benefici.

 

Remdesivir. Occorrerà un altro mese per avere i risultati dei cinque trial clinici su larga scala del remdesivir, il farmaco dell'azienda statunitense Gilead originariamente pensato contro Ebola, ma che in vitro e negli animali sembra ostacolare l'attività dei coronavirus di SARS e MERS. Il medicinale agisce contrastando un enzima virale chiave ed è quello con il potenziale migliore per l'uso clinico, perché sembra poter essere somministrato senza particolari tossicità. Per il momento le "prove" della sua efficacia sono però solo aneddotiche: riguardano cioè solo singoli pazienti che l'hanno ricevuto come cura compassionevole quando le loro condizioni si sono aggravate, e che in seguito sono guariti. Non è detto che i trial clinici controllati e comparati al placebo restituiscano gli stessi risultati.

Ritonavir/Lopinavir. Questa combinazione di farmaci contro l'HIV venduta con il nome commerciale di Kaletra sembrava avere effetti positivi nei primati contagiati dal coronavirus della MERS, e aveva dato riscontri contrastanti sui pazienti con MERS e SARS. Per questo è stata usata su un numero importante di pazienti in uno studio clinico controllato, che però non ha portato ai risultati sperati. I medici di Wuhan l'hanno testata su 199 pazienti con sintomi gravi da COVID-19, e hanno confrontato la progressione della malattia in questi e in pazienti trattati soltanto con cure standard. Il trattamento non ha fatto la differenza e più di un quinto dei pazienti è deceduto. Ci saranno altre sperimentazioni: un'ipotesi è che nel caso dei pazienti cinesi il farmaco sia stato somministrato troppo tardi per essere d'aiuto.

 

Si sta inoltre sperimentando l'uso del Kaletra in associazione all'interferone beta, una molecola che regola l'infiammazione nell'organismo e che sembra agire contro il coronavirus della MERS. Questo mix di farmaci è al centro del primo trial farmacologico su pazienti con MERS in Arabia Saudita. Si cerca di capire se possa essere somministrato contro la COVID-19, anche se dato in fase avanzata dell'infezione rischia di peggiorare i danni ai tessuti.

 

Unire le forze. I farmaci e le combinazioni di farmaci fin qui descritti fanno parte di un trial clinico globale annunciato dall'OMS - il programma SOLIDARITY - e sono considerate le armi più promettenti contro la COVID-19. Ma lo studio che potrebbe includere migliaia di pazienti in decine di Paesi è adattabile in corsa: nuove molecole candidate potrebbero entrare in gioco se dovessero dimostrarsi potenzialmente efficaci. 

 

Il caso Avigan. Un discorso a parte merita il Favipiravir, un antivirale prodotto dalla giapponese Toyama Chemical (gruppo Fujifilm), sviluppato come medicinale per combattere virus influenzali nuovi o emergenti e venduto dal 2014 in Giappone con il nome commerciale di Avigan. Il farmaco, che impedisce ai virus di replicare il proprio materiale genetico, è usato nel Paese solo in casi di emergenza, qualora gli altri antivirali risultino inefficaci e - precisa l'AIFA, l'Agenzia italiana del farmaco - non è autorizzato né in Europa né negli USA.

 

L'Avigan è diventato rapidamente famoso in rete complice un video (non raggiungibile al 24 marzo, mentre scriviamo) girato dal farmacista romano Cristiano Aresu, attualmente a Tokyo, e postato nella sua pagina Facebook. Nel filmato, diventato virale e ripreso da diversi quotidiani online, si attribuisce al farmaco il merito dello scarso contagio fra i giapponesi: un effetto improbabile, perché l'Avigan non è un vaccino e in Giappone viene somministrato soltanto alle persone con patologie influenzali serie che accettino una terapia sperimentale in contesti ospedalieri. Inoltre, la sua efficacia terapeutica contro il coronavirus è ancora da confermare: su più di 1000 contagiati è infatti stato somministrato a meno di 100 persone.

 

Gli studi più citati sull'Avigan sono stati condotti in Cina e hanno confrontato gli effetti di questo farmaco su pazienti COVID-19 non gravi rispetto ad altri trattati con diversi antivirali (il lopinavir/ritonavir o l'umifenovir, un antivirale usato in Russia). Rispetto ad altri antivirali l'Avigan avrebbe accelerato i tempi di scomparsa del coronavirus dal sangue e un po' migliorato le TAC polmonari; si tratta però di dati preliminari e non passati sotto alcuna revisione, su campioni ancora troppo esigui di pazienti e con probabili distorsioni, a causa dell'emergenza, nella selezione dei casi da trattare. L'AIFA ha chiarito che «non esistono studi clinici che dimostrino la reale efficacia del farmaco nell'uso clinico e nell'evoluzione della malattia», anche se il 23 marzo ha annunciato anche «di essere impegnata nella valutazione di un programma di sperimentazione clinica per valutare efficacia e sicurezza di questo trattamento».

 

Un passo indietro. Due giorni dopo la pubblicazione del primo video, Cristiano Aresu è stato raggiunto da Davide Lizzani, collaboratore di Focus attualmente in Giappone, che lo ha intervistato in merito alle sue dichiarazioni (qui sotto il video dell'intervista). Aresu si dice «provato dalla bufera mediatica che ha seguito il suo video» e dall'incessante lavorio che fa adesso per correggere il tiro delle sue dichiarazioni iniziali. E dice anche che, se potesse tornare indietro, non lo girerebbe di nuovo. Alle giuste obiezioni alle sue teorie si sono aggiunti anche messaggi dei più disparati: dalle minacce alle proposte di matrimonio.

 

 

No a false aspettative. Il 23 marzo l'Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato che «i piccoli studi non coordinati non ci daranno le risposte di cui abbiamo bisogno, e che usare farmaci non testati senza le giuste prove potrebbe sollevare false speranze e fare più male che bene, causando carenze di farmaci essenziali per curare altre patologie».

24 marzo 2020 | Elisabetta Intini