Salute

Esiste un limite di resistenza alla fatica? Sì, ed è uguale per tutti

Che tu sia un runner della domenica o un ultramaratoneta fa poca differenza: condividiamo tutti la stessa soglia di dispendio energetico oltre la quale il corpo umano è incapace di sostenersi a lungo. Un tetto massimo che sembra essere stato selezionato nel corso dell'evoluzione.

Il Giro d'Italia, l'Ironman, gli Ultra trail... alcune competizioni spingono ai limiti della resistenza anche gli atleti più allenati. Ma esiste un tetto oltre al quale non è possibile arrivare? Esiste, e non è solo nella mente, come alcuni preparatori sono soliti ricordare. Si tratta di un limite metabolico che - secondo un nuovo studio pubblicato su Science Advances - è uguale per tutti a prescindere dalla preparazione, e dalla disciplina praticata.

Linea rossa. Il corpo umano non può richiedere calorie oltre la soglia di due volte e mezzo il suo dispendio metabolico a riposo (metabolismo basale, cioè il dispendio energetico necessario a sostenere le funzioni vitali di base): oltre quel tetto, l'organismo inizia a consumare i suoi stessi tessuti, nel tentativo disperato di supplire al deficit di calorie. Per Herman Pontzer, antropologo evolutivo della Duke University (USA) e coautore dello studio, è questo il margine entro il quale si muovono le umane possibilità.

Questa soglia potrebbe dipendere dalla capacità delle pareti intestinali di assorbire nutrienti: il nostro tratto digerente può scomporre e digerire solo una certa quantità di cibo al giorno, e dunque incamerare una quantità massima di riserve energetiche.

Fatiche a confronto. Gli scienziati hanno comparato i dati disponibili sulle calorie bruciate quotidianamente in una serie di gare di resistenza, inclusi il Tour de France, gare di nuoto, di trekking nell'Artico e una prova che dura nove mesi - la gravidanza. In particolare si sono soffermati sul dispendio energetico degli atleti che hanno preso parte, nel 2015, a una gara di resistenza che dura cinque mesi e attraversa gli USA per 4800 km, la Race Across the USA (RAUSA). In questa competizione, gli atleti corrono l'equivalente di una maratona al giorno, per sei giorni alla settimana, per 14-20 settimane.

Il confronto dei dati ha mostrato un andamento costante, una curva a forma di "L" in cui il dispendio energetico giornaliero degli atleti partiva a livelli alti, per poi progressivamente calare e stabilizzarsi a una soglia di 2,5 volte il metabolismo basale per il resto della gara. Quando gli scienziati hanno analizzato i campioni di urina degli atleti del RAUSA, all'inizio e alla fine della gara, si sono accorti che alla ventesima settimana, consumavano 600 kcal in meno al giorno rispetto a quanto ci si sarebbe aspettati per quel chilometraggio e quel momento. Come se il corpo sapesse abbassare le proprie richieste energetiche per mantenersi entro quella soglia massima.

Di più non è possibile. Il fatto forse più interessante è che tutti gli eventi seguivano la stessa curva, che si trattasse di una gara alle temperature sottozero dell'Artico, di una competizione di ciclismo estiva o di una gravidanza: il tetto massimo di energia spendibile riscontrato nei campioni di resistenza è infatti appena superiore ai ritmi metabolici sostenuti dalle donne durante la gravidanza. Lo stesso limite fisiologico selezionato nel corso dell'evoluzione sembrerebbe quindi impedire al corpo di imbarcarsi in sforzi fisici oltre i quali potrebbero esserci conseguenze fatali, e al feto di svilupparsi in modo eccessivo all'interno dell'utero.

15 giugno 2019 Elisabetta Intini
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