Epatite C: non tutte le persone sono ugualmente vulnerabili

Una ristretta popolazione di cacciatori-raccoglitori africani ha una variante genetica che rende più facile produrre una risposta antivirale adeguata all'infezione.

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Il virus dell'epatite C in un'illustrazione medica.|Shutterstock

Circa il 3% della popolazione mondiale - 170 milioni di persone - è affetto da epatite C, un'infezione silenziosa che può proseguire, non diagnosticata, per decenni, e che è alla base di alcune delle più gravi malattie del fegato (come cirrosi e tumori). Come questo virus sia riuscito a diffondersi fino a divenire un'emergenza sanitaria globale non è chiaro, ma un nuovo studio pubblicato su PLOS Pathogen fornisce alcuni elementi per rispondere.

 

In base alla ricerca dell'Università di Glasgow, una molecola che dovrebbe difenderci dal virus dell'epatite C e da altri patogeni risulta più debole nell'uomo rispetto, per esempio, a come si presenta negli scimpanzé. Questa difesa attenuata rende più facile per il virus infettare l'uomo, e gli permette di passare inosservato per decenni, mentre invade le cellule del fegato.

 

Siamo sotto attacco! Davanti all'attacco dell'HCV (Hepatitis C Virus) non siamo del tutto disarmati. Quando una cellula (in questo caso, del fegato) è colpita produce, forse stimolata dall'acido nucleico del virus stesso, molecole antivirali dette interferoni, che rilascia rapidamente anche alle cellule vicine, al sangue e al sistema linfatico, come in un avanzato meccanismo d'allarme.

 

Nelle cellule del fegato sembra funzionare piuttosto bene una classe di interferoni denominata lambda. Curiosamente, però, un tipo di interferone lambda, chiamato IFNL4, è allo stesso tempo poco efficiente nel debellare del tutto l'infezione da epatite C, e permette al virus di proliferare indisturbato e a lungo.

 

Più protetti. Il team di scienziati ha analizzato la diversità dei geni che lo producono per capire se alcune persone siano meglio corazzate contro il virus dell'epatite C. Si è così scoperto che una rara versione dell'IFNL4, presente solo nei Pigmei (un gruppo di cacciatori-raccoglitori dell'Africa centrale) è molto più efficiente delle altre nel fermare l'avanzata del virus nelle colture di cellule infette in laboratorio. Questa versione ha proprietà simili a quelle dell'interferone IFNL4 presente negli scimpanzé. Tutte le altre popolazioni umane, per qualche ragione ancora non nota, presentano varianti meno protettive del gene.

 

Gli scimpanzé sono gli unici altri animali, a parte l'uomo, a poter essere contagiati dal virus dell'epatite C, ma i test su questi animali sono banditi, e nonostante gli sforzi è risultato finora impossibile trovare focolai di epatite C tra scimpanzé in libertà. Studiare il sistema immunitario di popolazioni umane che conservano una versione di IFNL4 più capace di una risposta antivirale potrebbe aiutare a far luce sui meccanismi protettivi contro questa malattia.

 

19 Ottobre 2018 | Elisabetta Intini