Embrioni umani di nuovo modificati con la CRISPR

È il secondo studio di questo tipo ad essere pubblicato, un'altra volta in Cina. Il team ha provato a introdurre nel DNA dei campioni una mutazione genetica per la resistenza al virus dell'HIV. Con risultati così parziali da sollevare domande non solo sull'etica, ma anche sull'utilità dell'esperimento.

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Un embrione umano di 8 cellule, tre giorni dopo la fecondazione.|Science Photo Library/Contrasto

Per la seconda volta nell'arco di un anno un team cinese ha pubblicato i risultati di uno studio sul tentativo di modificare geneticamente embrioni umani, in questo caso per renderli resistenti al virus dell'HIV.

 

Il gruppo di ricerca, della Guangzhou Medical University, è diverso da quello coinvolto nel primo, controverso esperimento che tanto aveva fatto discutere nell'aprile del 2015.

 

Tuttavia, sia le modalità sia i parziali risultati raggiunti riaccendono il dibattito, non solo sui limiti etici, ma anche sulla reale utilità di simili studi. Si dice che ce ne siano altri tre in fase di pubblicazione, sempre cinesi; e un'altra ricerca che sfrutta questa tecnica per indagare le cause di aborti spontanei è stata approvata in Gran Bretagna

Quali embrioni. Il team ha utilizzato la tecnica di editing del genoma CRISPR-Cas9 per modificare embrioni non utilizzabili per la fecondazione in vitro, perché dotati di un set extra di cromosomi. Se da un lato ciò ha garantito che gli embrioni modificati non potessero in alcun modo svilupparsi in una gravidanza, dall'altro rende poco chiaro sin da subito se i risultati ottenuti possano riferirsi anche ad embrioni sani.

 

Tanto rumore per nulla (o quasi). Il piano iniziale era di utilizzare le "forbici molecolari" della CRISPR per modificare il gene immunitario CCR5, una mutazione del quale rende alcuni esseri umani naturalmente immuni al virus dell'HIV, perché altera un recettore che normalmente permette al virus di farsi largo nei linfociti T.

 

Non ha funzionato granché bene: le istruzioni per la modifica del gene sono state "inserite" in 45 embrioni; tra questi, solo 26 si sono sviluppati fino allo stadio di 8 cellule o più (morula), e di questi soltanto 4 hanno presentato la mutazione desiderata.

 

Coperti a metà. Quei 4 avevano comunque soltanto una copia del gene modificata: probabilmente non abbastanza per garantire la resistenza al virus, che si verifica quando entrambe le copie del gene presentano la variazione. Se, ipoteticamente, questi embrioni si fossero sviluppati, non tutte le cellule avrebbero avuto la mutazione desiderata. Si sarebbe verificato il problema del mosaicismo: alcuni organi, cioè, sarebbero rimasti vulnerabili al virus, lasciando l'individuo in questione comunque attaccabile dall'HIV.

 

Nessuna garanzia. Un altro problema legato all'utilità di studi come questo - che altri scienziati hanno duramente definito "soltanto un modo per giocare con gli embrioni" - è l'alta percentuale di fallimenti: 4 successi parziali su 45 embrioni modificati. Considerando che le coppie che si rivolgono a centri per la fecondazione in vitro ottengono in genere da uno a 3 embrioni, la tecnica sarebbe comunque troppo rischiosa per le scarse possibilità di successo che offre.

 

I dubbi etici. E questo, se proprio si vuole tralasciare la questione dell'eugenetica, che poi è la principale, ossia la possibilità di crearsi embrioni su misura, con conseguenze non prevedibili nel caso questi dovessero uscire dai laboratori.

 

12 Aprile 2016 | Elisabetta Intini