Ebola, perché quest'epidemia è diversa dalle passate

Il virus Ebola non è cambiato, ma sono mutate le condizioni in cui agisce: città più popolose, viaggi più frequenti e tradizioni culturali dure a morire: ecco perché l'ultima epidemia è così difficile da arginare.

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Personale sanitario impegnato nei luoghi colpiti dall'epidemia.|EC/ECHO

Negli ultimi 40 anni si sono verificate, in Africa, decine di epidemie di Ebola, ma nessuna ha raggiunto la portata di quella che sta flagellando gli stati occidentali del continente: il virus ha già infettato oltre 1600 persone, uccidendone più di 880 (clicca qui per tutti gli aggiornamenti). Che cosa rende la nuova infezione così difficile da debellare? Perché sembra impossibile fermare la sua corsa, come è sempre avvenuto in passato?

 

Il solito noto. C'è stata un'evoluzione nel virus stesso? È più aggressivo o sono cambiati, allungandosi, i tempi di incubazione? «Assolutamente no: si tratta di un ceppo Ebola Congo simile a quello di passate epidemie» spiega Giovanni Rezza, Direttore del Dipartimento Malattie Infettive dell'Istituto Superiore di Sanità. A cambiare sono state, piuttosto, le condizioni ambientali e culturali del contesto in cui il virus ha colpito, come sottolinea un articolo pubblicato sul sito del Washington Post.

 

Viaggi. Gli abitanti dei paesi raggiunti dall'epidemia - Guinea, Sierra Leone, Liberia e - con attualmente solo due casi segnalati - Nigeria, viaggiano molto di più ora di quanto non facessero qualche manciata di anni fa. Con i moderni sistemi di trasporto è possibile coprire centinaia di chilometri per andare a trovare un parente malato: così è più difficile isolare i pazienti colpiti, mentre si moltiplicano le possibilità di contagio. Il virus, inoltre, ha raggiunto città densamente abitate e interessa ora un'area molto estesa e popolosa: circa 430 mila chilometri quadrati, abitati da 22 milioni di persone.

Leggi lo speciale di Focus sull'epidemia di Ebola: 8 cose da sapere e le possibilità di contagio sui voli di linea

Funerali e superstizioni. Una seconda causa risiede nel fatto che in questa zona dell'Africa è usanza lavare il corpo del defunto prima della sua sepoltura: un rito che facilita il contatto dei parenti sani con i fluidi corporei - sangue e saliva - della persona contagiata.

 

Queste tradizioni culturali, difficili da scalfire, si aggiungono a una certa diffidenza per il personale sanitario delle Ong che lavora per arginare l'epidemia. Si è diffusa la credenza che a portare il virus in Africa, siano stati medici e volontari; capita inoltre, che i familiari dei malati siano restii a denunciare i sintomi del contagio perché non vogliono separarsi dai loro cari, che spesso - purtroppo - non tornano vivi dai centri di cura.

Una mappa dei luoghi interessati dall'epidemia rilasciata dall'Organizzazione Mondiale della Sanità e aggiornata al 4 agosto. | OMS

 

impreparati. A ciò si aggiunga che è la prima volta che questa zona dell'Africa - già interessata da epidemie di malaria, Hiv e tubercolosi - viene colpita dal virus Ebola. Il che si traduce, a livello locale, con la mancanza di memoria storica sulle norme igieniche di base da adottare per contrastarlo, e a livello governativo, con la carenza di misure per arrestarne la diffusione.

 

Fino ad oggi la domanda di fondi e personale delle organizzazioni non governative impegnate nella lotta all'epidemia - fra tutte, Medici Senza Frontiere, la Croce Rossa e la Mezzaluna Rossa - non ha suscitato risposte decise. Ora occorrerà stanziare somme e forze più ingenti rispetto alle prime richieste avanzate.

 

Come intervenire. Per fermare la diffusione del virus, avvertono gli esperti, occorre che all'intervento delle associazioni in prima linea si unisca la politica comune di istituzioni come l'Organizzazione Mondiale della Sanità, il G7 (Stati Uniti, Canada, Germania, Gran Bretagna, Francia, Italia e Giappone) e i governi degli altri Stati Africani che potrebbero essere raggiunti dall'epidemia. Serve un lavoro di squadra coordinato che argini, oltre al virus, le sue conseguenze socio-economiche: la diffusione di Ebola sta fermando il lavoro agricolo, facendo chiudere scuole e confini, con prevedibili ricadute economiche su un'area già duramente provata e instabile.

 

I rischi per l'Italia. Ma il virus potrebbe varcare i confini dell'Africa occidentale per raggiungere le nostre latitudini? «Il rischio per l'Europa è bassissimo» ci spiega ancora Rezza. «In primo luogo, è improbabile che una persona con Ebola arrivi in Europa perché il tempo di incubazione della malattia non è molto lungo, e quando ci si ammala non si è certo in grado di viaggiare».

«Inoltre il virus si diffonde per contatto diretto e non per via aerea: al contrario della SARS, quindi, Ebola non terrorizza i paesi industrializzati dove questo virus sarebbe tenuto sotto controllo». E sugli aerei il contaggio non è così scontato.

 

 

06 Agosto 2014 | Elisabetta Intini