Salute

Ebola, un'altra infermiera contagiata: dove sono i protocolli di sicurezza?

Di nuovo un'operatrice sanitaria infettata dal virus negli ambienti ad alta sicurezza di un moderno ospedale occidentale. Come è stato possibile? Che cosa è andato storto? Si poteva in qualche modo evitare? E come prevenire altri simili episodi?

La notizia è del 12 ottobre: è stato confermato il secondo caso di Ebola negli Stati Uniti. Si tratta di un'infermiera, un'operatrice sanitaria che nei giorni scorsi si era presa cura di Thomas Eric Duncan, il paziente originario della Liberia morto a Dallas l'8 ottobre scorso.

Come è possibile che una professionista addestrata secondo i rigidi protocolli anticontaminazione, e preparata a trattare un caso di Ebola, sia comunque stata infettata? È ciò su cui i CDC (Centers for Disease Control and Prevention) americani stanno indagando in queste ore, ha fatto sapere il loro portavoce Tom Frieden in una conferenza stampa.

Errore umano. «Il protocollo funziona, ma sappiamo che anche una singola mancanza o violazione può portare all'infezione», ha chiarito Frieden. L'infermiera contagiata «non è stata per ora capace di risalire all'errore», ma il fatto «è certamente molto preoccupante e ci dice che dobbiamo rafforzare la preparazione del personale e assicurarci che i protocolli siano osservati».

Alto rischio. Gli estremi e sfortunatamente inutili tentativi di cura di Duncan hanno richiesto procedure che mai fino ad ora erano state tentate su un paziente colpito dal virus, come l'intubazione e la dialisi. Manovre estremamente pericolose per le possibilità di contagio degli operatori (perché è massimo il rischio di contatto con i fluidi corporei dell'ammalato) e che potrebbero essere all'origine del contagio dell'infermiera.

La fase più delicata. Un'altra plausibile spiegazione è che - come nel caso dell'operatrice contagiata in Spagna, Teresa Romero, ci sia stato un qualche, involontario errore nella catena di svestizione post trattamento, e cioè fasi di rimozione di guanti, mascherina, visore e tuta anticontaminazione indossati da medici e infermieri. La Romero ha ricordato di essersi toccata il viso con un guanto mente sfilava la tuta isolante.

Schema (in inglese) delle procedure raccomandate dai CDC americani per la rimozione degli indumenti anticontaminazione. © CDC

Massima attenzione. Gli indumenti vanno decontaminati uno ad uno: «Dire che l'equipaggiamento protettivo non funziona è superficiale, e non è la giusta conclusione», ha dichiarato Daniel Bausch, professore di Medicina Tropicale a Tulane (USA) al sito di Business Insider. «Posso far indossare al personale anche 12 paia di guanti, ma se poi tocca qualcosa di contaminato e si sfrega un occhio, le precauzioni servono a poco».

Preparazione insufficiente. Un training che prepari il personale a un protocollo efficace al 100% richiede risorse e tempo, ma le colleghe di Teresa Romero hanno denunciato di aver ricevuto un addestramento di appena 15-20 minuti sulle procedure anticontaminazione. Non è noto, invece, quale tipo di preparazione abbia ricevuto l'infermiera di Dallas.

Una situazione diversa. In Africa occidentale, dove il virus ha contagiato più di 8 mila persone, uccidendone più della metà, gli operatori sanitari finora contagiati sono 401 e, tra questi, si contano 232 decessi. Ma in prima linea medici e infermieri sono costretti a lavorare in condizioni di emergenza, e spesso non hanno a disposizione le dovute attrezzature.

Kent Brantly, il medico americano contagiato in Liberia e poi guarito, ha riferito di aver preso il virus, probabilmente, mentre stava lavorando in una sala di pronto soccorso, non sufficientemente protetto da indumenti adatti. Diverso dovrebbe essere il caso di un moderno ospedale americano (o spagnolo) che dispone di tutto il necessario. Il nemico, in questo caso, pare essere la superficialità. Una debolezza che il virus non perdona.

13 ottobre 2014 Elisabetta Intini
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