Ebola, la Nigeria è libera dal virus

Nello stato africano nessun nuovo caso da 42 giorni: secondo l'OMS quel focolaio è ormai sconfitto. Storia di un caso di contenimento da prendere come esempio, mentre il virus continua ad uccidere nei paesi confinanti.

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Un nuovo reparto (vuoto) di isolamento destinato ai malati di Ebola a Lagos, Nigeria.|Bryan Christensen, CDC, Flickr

Da 42 giorni i report sulle nuove diagnosi di virus Ebola in Nigeria inviati dagli uffici locali dell'Organizzazione Mondiale della Sanità sono pieni di zeri. Da 6 settimane, ossia due volte il tempo massimo di incubazione del virus, nel paese africano non si registrano più casi di trasmissione. La Nigeria è (per adesso) libera dal virus, dichiara ufficialmente l'OMS.

 

L'emergenza continua. La notizia è una goccia in mezzo a un mare di contagi i cui numeri continuano a crescere: al 17 ottobre si contavano almeno 9.216 casi di infezione e 4.555 morti per un'epidemia che, se non affrontata tempestivamente, potrebbe assumere le proporzioni di quella dell'Aids, mettono in guardia gli esperti.

 

Ma quella della Nigeria è comunque una storia di successo e di rigida osservanza dei protocolli da cui tutti - specie i paesi occidentali, dove abbondano le attrezzature ma manca la dovuta attenzione - dovrebbero prendere esempio. Come è riuscita la popolosa Nigeria a contenere l'avanzata del virus?

 

Gli stessi mezzi. La ricetta, pubblicata in un rapporto sul sito dell'OMS, non ha nulla di miracoloso. Lo stato africano non ha usufruito di speciali condizioni di partenza o di cure prodigiose. Anzi. Il virus è arrivato a Lagos insieme a un viaggiatore arrivato in volo dalla Liberia, dove aveva assistito la sorella, colpita dall'infezione.

 

Lagos conta 21 milioni di abitanti: quasi quanto le popolazioni di Guinea, Liberia e Sierra Leone messe insieme. Tra le metropoli più trafficate dell'Africa occidentale, è ricca di mercati e affollata di pendolari che ogni giorno la visitano in cerca di lavoro. Qui la diffusione del virus avrebbe significato una vera catastrofe.

 

Un lavoro da detective. L'uomo arrivato dalla Liberia è stato immediatamente trasportato in ospedale, dove ha mentito dicendo di aver contratto la malaria. La vera diagnosi è arrivata tre giorni dopo, il 23 luglio 2014, e da allora sono iniziati sforzi contenitivi senza precedenti. I sanitari dell'Emergency Operations Center, l'unità di emergenza creata per fronteggiare la malattia, hanno lavorato capillarmente per rintracciare gli 898 contatti del paziente zero e di un altro uomo contagiato, che ha volato fino a Port Harcourt, il maggiore centro petrolifero della Nigeria.

Massima attenzione. Un team di 150 persone ha mantenuto sotto screening, con 18.500 visite, tutte le persone entrate in contatto con i malati, lungo l'intero potenziale periodo di incubazione del virus: 21 giorni, appunto, in cui nessuna piccola spia riconducibile alla malattia è passata inosservata, e anche chi manifestava un semplice innalzamento della temperatura è stato tenuto in isolamento.

 

Un buon precedente. La coordinazione delle risposte da parte del governo e del locale Ministero della salute, lo stanziamento di fondi e la collaborazione con enti privati, Ong e popolazione sono stati analoghi a quelli messi in campo dal paese nella recente campagna anti polio di due anni fa, in cui per controllare che tutti i bambini venissero vaccinati contro la malattia si è fatto ricorso persino a tecnologie Gps.

 

Porta a porta. Altri operatori hanno bussato alle porte di 26 mila case nei quartieri a più alto rischio di trasmissione e distribuito opuscoli informativi nei dialetti locali. La comunicazione al grande pubblico, indispensabile per promuovere le più elementari regole per evitare il contagio, si è svolta anche sui grandi media: le più popolari star televisive nigeriane hanno partecipato alle campagne di sensibilizzazione trasmesse in tv.

 

Più controlli. Tutti i passeggeri in entrata e in uscita dagli aeroporti e dai porti di Lagos e River State sono inoltre tuttora sottoposti a monitoraggio: si calcola che vengano controllate ogni giorno 16 mila viaggiatori in media. Tutti questi sforzi hanno ridotto al minimo il numero di casi registrati: 19 contagi, di cui 7 morti e 12 sopravvissuti.

 

Un nuovo atteggiamento. Naturalmente il rischio che un nuovo paziente riporti il virus in Nigeria esiste e non è da escludere. Ma è solo aiutando a debellare Ebola nei paesi dove uccide di più, e non sperando che lì resti confinato, che possiamo sperare di arginare il contagio.

 

In un mondo interconnesso come il nostro, Ebola arriverà «non attraverso i barconi, ma con voli in business class», ha commentato dalla Sierra Leone Gino Strada, fondatore di Emergency, in una recente intervista. Servono letti, operatori specializzati pronti a lavorare sul posto, servono fondi e nuove cure da sperimentare. Ma soprattutto, occorre combattere il pregiudizio: sperare che "qui da noi" non arrivi, e ignorare il fatto che in Africa continua ad uccidere, «non è un ragionamento etico». Né utile.

 

20 Ottobre 2014 | Elisabetta Intini