È possibile predire la prossima pandemia?

No, secondo un nuovo studio: sono troppi i fattori da prendere in considerazione, e troppo pochi i dati da cui possiamo partire.

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L’influenza spagnola, nel 1918, si stima abbia provocato in tutto il mondo 100 milioni di morti, annientando il cinque per cento della popolazione mondiale. Quando l'Aids, causato dal virus Hiv, ha cominciato a diffondersi, nessuno sapeva cos'era. Più di recente, Ebola e Zika, virus noti da decenni, hanno colpito a sorpresa e fatto scattare la paura di un contagio globale. Quale sarà e dove scoppierà la prossima grande epidemia?

 

Previsioni difficili. Uno dei compiti degli epidemiologi è cercare di prevedere questi eventi, elaborando modelli per calcolare dove e quando il prossimo virus potrebbe emergere, trasformandosi in una seria minaccia per la salute umana. Tuttavia, secondo un nuovo studio, questo genere di ricerca potrebbe rivelarsi inutile. Sono troppi i virus, troppi i fattori imprevedibili sulla loro evoluzione e sulla possibilità che hanno di trasmettersi da un serbatoio animale all’uomo, oltre che da uomo a uomo – dicono in sostanza gli autori di questo studio – per poter fare valutazioni attendibili.

Medici militari indossano le maschere durante l'epidemia di Spagnola del 1918. | Everett Historical/Shutterstock

virosfera, questa sconosciuta. A oggi, i virus conosciuti sono circa 4.400, ma si stima che ne esistano milioni. Il che significa che il 99,9% dei virus sono sconosciuti. Ci sono già diversi progetti per catalogare questo mondo sommerso, la cosiddetta virosfera, per sequenziare geneticamente i virus e, in base ai nuovi dati, valutare le possibilità che possano infettare l’uomo e provocare epidemie.

 

Sono progetti molto ambiziosi, ma secondo Jemma Geoghegan e Edward Holmes, due virologi dell’Università di Sidney, in Australia, è tutta fatica sprecata: secondo il loro studio è molto difficile, se non impossibile, sapere quale sarà il prossimo virus a fare il salto da una specie animale all'uomo e a scatenare una pandemia

 

Troppi fattori. La loro argomentazione si basa sul fatto che i fattori da prendere in considerazione sono davvero troppi. Oltre al virus stesso e alle sue caratteristiche, a contare è anche il tipo di animale che lo ospita, il modo in cui potrebbe entrare in contatto con gli esseri umani, l’ambiente in cui entrambi vivono. È troppo grande l’insieme di dati che bisognerebbe incrociare.

 

E anche dai casi che si sono già verificati si possono trarre solo scarsi insegnamenti. Il virus Mers, per esempio, è emerso in Arabia Saudita, una regione non considerata “calda”, ed è stato trasmesso dai cammelli, animali che non erano neppure nella lista di quelli potenzialmente a rischio di trasmettere infezioni.  

 

Sorveglianza. Invece di passare in rassegna il mondo dei virus, cercando di scovare quelli potenzialmente pericolosi, i due studiosi propongono un approccio più pratico: fare una sorvegliare attiva dei cosiddetti hotspot, i punti caldi dove è già avvenuto e potrebbe di nuovo avvenire la trasmissione dei virus dagli animali all’uomo. Esempi sono le regioni in Africa o Asia dove la deforestazione favorisce la vicinanza tra l’uomo e le specie animali, gli stessi in cui Ebola si è manifestata, o quelle in cui esistono mercati animali molto affollati, come il sud-est asiatico, dove sono scoppiate la Sars e l’influenza aviaria.

31 Ottobre 2017 | Chiara Palmerini