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Durante il lockdown sono calati i parti prematuri

Nei periodi di più drastica chiusura da covid, negli ospedali di molti Paesi c'è stata una drastica riduzione di neonati prematuri: perché?

Neonati prematuri
Qualcosa durante i lockdown ha ridotto il numero di parti prematuri. Ma che cosa? | Shutterstock

Durante la primavera 2020, negli ospedali piegati dalla gestione della pandemia, le uniche terapie intensive che hanno registrato un numero inaspettato di posti vuoti sono state quelle neonatali. Nelle settimane del lockdown europeo, i medici di diversi Paesi hanno notato un calo generalizzato dei neonati prematuri, inclusa una netta riduzione di quelli considerati più a rischio, perché venuti al mondo prima della 28esima settimana di gravidanza. Quello che all'inizio era solamente un sospetto clinico si è poco a poco trasformato in una più robusta pista epidemiologica: si sta insomma cercando di capire quali fattori, durante il lockdown, abbiano contribuito ad allungare le gravidanze fino alla soglia di sicurezza.

 

Una condizione di fragilità. Su 40 settimane di gestazione, ogni parto avvenuto prima della 37esima è in genere considerato prematuro. Quando la nascita si verifica molto prima del tempo, specialmente prima della 32esima settimana, i rischi per la salute del bambino (problemi alla vista e all'udito, infezioni, immaturità dei polmoni) aumentano. Bisognerebbe evitare che il parto avvenga così presto, ma decenni di ricerche non sono riusciti a determinare con chiarezza come si possa intervenire. Le cause dei parti prematuri non sono ancora del tutto note.

 

Una buona notizia. Il lockdown si è trasformato, per chi fa ricerca in questo settore, nell'inaspettato scenario di un esperimento su larga scala. Come riporta il New York Times, a notare la riduzione dei parti pretermine nei mesi di marzo-aprile 2020 sono stati dapprima due team di ricerca in Irlanda e Danimarca, giunti separatamente alla stessa conclusione. Quando gli scienziati hanno condiviso i primi risultati, da tutto il mondo sono arrivate testimonianze analoghe. Roy Philip, neonatologo dell'University Maternity Hospital Limerick, in Irlanda, si trovava in vacanza il 12 marzo, quando nel suo Paese è scattato il lockdown. Al suo ritorno dopo un paio di settimane, si è accorto che nessuno aveva ordinato il latte materno fortificato con cui vengono alimentati i neonati prematuri.

 

Semplicemente, non c'erano state bocche da sfamare: forte di questo sospetto, Philip ha confrontato il peso dei bambini nati nel 2020 con quello dei neonati tra gennaio ed aprile negli anni precedenti, a partire dal 2001. Nell'area servita dall'ospedale, i neonati sotto il chilo e mezzo di peso sono stati, negli ultimi 20 anni, 8 ogni 100.000; nel 2020, 2 su 100.000. Mentre sono proprio mancati i parti di neonati sotto il chilo, che nella media sono 3 ogni 100.000.

Stesse conclusioni. Un team del Statens Serum Institut di Copenhagen (Danimarca) ha confrontato la percentuale di prematuri nati tra il 12 marzo e il 14 aprile 2020 con quella dei neonati venuti alla luce nello stesso periodo nei cinque anni precedenti, e si è accorto che i parti precedenti alla 28esima settimana erano calati, con il lockdown, del 90%. Aneddoti simili dall'Australia, dall'Olanda, dal Canada fanno pensare che il fenomeno sia stato diffuso, anche se non universale. Ma da cosa può essere dipeso?

 

Riposo forzato. Non essendoci ancora studi rivisti in peer-review sul tema, quelle che seguono sono soltanto ipotesi sulle quali occorrerà indagare. Una è che il lockdown abbia garantito alle future madri un po' di riposo extra, per la riduzione dei viaggi verso il luogo di lavoro, il sonno più prolungato o il maggior aiuto ricevuto in famiglia. Le cautele adottate contro la CoViD-19 potrebbero inoltre aver ridotto le occasioni di contatto con altri virus - e poiché fatica e infezioni sono associate alle nascite pretermine, il lockdown potrebbe aver avuto un ruolo protettivo. Anche la riduzione dell'inquinamento causata dalla sospensione delle attività potrebbe aver contribuito, mentre alcuni parti, prematuri, ma non troppo - come quelli dovuti all'induzione per particolari condizioni cliniche delle madri - potrebbero essere stati evitati (ma ciò non spiegherebbe il calo di neonati gravemente prematuri).

 

Se proteggersi è un privilegio. Stupisce non ritrovare, nei dati, l'effetto dello stress da pandemia sulla durata della gravidanza. E comunque, i possibili benefici qui elencati non sono purtroppo estendibili a tutte le donne - alcune non hanno potuto esimersi dall'uscire di casa, altre sono rimaste a casa senza aiuti, o senza un lavoro. Mettere a confronto le situazioni che hanno svolto un ruolo protettivo sarà utile per comprendere meglio le cause dei parti prematuri, e cercare di ridurne l'occorrenza.

 

27 luglio 2020 | Elisabetta Intini