Due nuovi studi sull'origine del diabete

Si scava per risalire alle cause prime di una famiglia di malattie croniche che interessa, nel mondo, 400 milioni di persone: una ricerca identifica alcune varianti genetiche alla base del diabete di tipo 2; un'altra, ha trovato un tipo di cellula immunitaria che sembra favorire la distruzione dell'insulina.

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Il diabete è un fattore di rischio per molte gravi patologie a carico dei sistemi cardiovascolare, circolatorio, neurologico. In Italia, interessa il 5,3% dell'intera popolazione, e il 16,5% di chi ha più di 65 anni.|Shutterstock

Che le condizioni ambientali e lo stile di vita possano favorire l'insorgere di diabete di tipo 2 è noto da tempo: obesità, sedentarietà, smog e alimentazione inadeguata possono favorire fenomeni di insulino-resistenza, ossia la bassa sensibilità delle cellule all'azione dell'ormone insulina, spalancando le porte a questa malattia. Tuttavia, i meccanismi biologici profondi che possono favorire l'insorgenza di diabete nell'adulto non sono ancora del tutto chiari.

 

Manca chiarezza anche negli studi sul diabete di tipo 1: sappiamo che si tratta di una condizione autoimmune che porta alla distruzione delle cellule beta, le cellule del pancreas che producono insulina. Ma che cosa esattamente vada storto, nel sistema immunitario, non è ancora del tutto chiaro. Ecco perché è importante dare conto di due recenti studi che aggiungono nuovi tasselli al puzzle complesso sulle cause di questa malattia, nelle sue diverse forme.

 

Tipo 2. Il primo studio, pubblicato su Nature, identifica quattro rare varianti genetiche che favoriscono lo sviluppo di diabete di tipo 2. Il lavoro degli scienziati dell'Università del Michigan ha due meriti importanti.

 

Il primo è nell'entità del campione analizzato - quasi 46.000 persone, 21.000 delle quali con diabete di tipo 2 e 25.000 sane, di origine europea, afroamericana, ispanica, est e sud asiatica. La maggior parte degli studi medici condotti su vaste fette di popolazione prende in esame pazienti di origine europea, fatto che rende difficili e rischiosi i tentativi di generalizzazione. Studiare campioni più variegati e rappresentativi del reale, come in questo caso, dà risultati scientifici più attendibili.

 

Il secondo merito è nell'aver sequenziato soltanto la porzione di genoma che si occupa della codifica di proteine - l'esoma, che costituisce appena l'1-2 per cento del totale del nostro codice genetico, e nella quale è più probabile trovare le cause genetiche di una malattia. Questo approccio permette di trovare le varianti genetiche più rare associate a una condizione, e non solamente le più comuni. Tuttavia, visto che di mutazioni rare si tratta, sono appunto necessari campioni molto estesi: secondo i ricercatori, in futuro, ampliando ancora di più il numero di soggetti studiati si potranno individuare altre varianti genetiche che possono aumentare il rischio di sviluppare il diabete nell'adulto.

Tipo 1. Nel secondo studio, pubblicato su Cell, gli scienziati della Johns Hopkins University School of Medicine hanno scoperto una varietà ibrida e ancora sconosciuta di globulo bianco che mostra caratteristiche di due tipi distinti di cellule immunitarie, e che potrebbe avere a che fare con l'annientamento delle cellule beta del pancreas e la mancata produzione di insulina (la causa del diabete di tipo 1, quello che solitamente insorge durante l'infanzia).

 

La cellula in questione è un incrocio tra i linfociti B e i linfociti T, che sono, rispettivamente, i produttori di anticorpi e gli uccisori diretti (nel caso dei linfociti T "killer") delle cellule estranee. Questa strana popolazione "mista" di cellule conduce allo stesso tempo le funzioni di entrambe le classi di linfociti: in pratica svolge, nello stesso momento, due compiti che di norma richiederebbero un'azione coordinata tra due tipi di cellule.

 

Ciò potrebbe spiegare come mai, in alcune persone, l'insulina venga sistematicamente e con estrema efficacia riconosciuta come antigene, cioè  come sostanza estranea e pericolosa: un segnale che scatena la distruzione delle cellule che la producono.

 

18 Giugno 2019 | Elisabetta Intini