Salute

Covid: la variante inglese non è legata a sintomi più gravi

Al contrario di quanto ipotizzato la variante inglese di SARS-CoV-2 non sembra provocare un decorso più serio di covid, ma resta più contagiosa.

La variante B.1.1.7 di coronavirus SARS-CoV-2, meglio nota come "variante inglese", dal Paese che per primo l'ha individuata, non provoca un decorso di covid più grave rispetto alle altre versioni del patogeno. Lo hanno stabilito due analisi pubblicate su The Lancet Infectious Diseases e The Lancet Public Health, che smentiscono alcune precedenti ipotesi su questo ceppo, oggi predominante anche in Italia.

Conferme e smentite. La variante inglese è senza dubbio più facilmente trasmissibile rispetto alla precedente e più diffusa versione del virus. Tuttavia, alcuni recenti studi ipotizzavano fosse anche più letale, perché apparentemente collegata a un numero più elevato di ricoveri ospedalieri. In base alle nuove ricerche non è così: nei due lavori non sono emerse prove di un rischio maggiore, per i contagiati, di sviluppare sintomi più gravi rispetto alle persone colpite da altri ceppi. La variante inglese è però associata a una più elevata carica virale e a un tasso di riproduzione (il famoso Rt, ossia la fotografa del numero medio di persone che ciascuno può contagiare in un certo momento della pandemia) più elevato.

Stessa prevalenza di sintomi gravi. Gli autori del primo studio hanno analizzato i dati su 341 pazienti contagiati da covid alla fine dello scorso anno, quando la variante inglese stava diventando prevalente nel Kent. All'epoca il 58% dei pazienti era stato infettato dalla variante inglese e il restante 42% da altre varianti. Tra i positivi alla variante inglese, il 36% ha avuto sintomi più seri (in alcuni casi letali); nel gruppo di controllo, il 38%. Non sembra dunque emergere un'associazione tra la variante B.1.17 e il rischio di contrarre un'infezione più grave. I pazienti colpiti da variante inglese erano anche tendenzialmente più giovani - questo, prima che con la campagna vaccinale si tutelassero le fasce più anziane della popolazione.

Più particelle virali. I campioni di coronavirus nella variante inglese prelevati dai pazienti tendevano a contenere maggiori quantità di virus rispetto a quelli di altre versioni del patogeno, una caratteristica compatibile con la maggiore contagiosità di questo ceppo. Le scoperte sono in contrasto con precedenti studi che attribuivano alla B.1.1.7 anche una maggiore letalità; tuttavia lo studio sul Lancet si è basato sul sequenziamento completo dei genomi virali e anche su una buona varietà di pazienti e di esiti della malattia - ed è, dunque, da considerarsi attendibile.

Più infettiva. Il secondo studio ha analizzato i dati riportati su una app per sintomi da covid da 36.920 utenti britannici tra il 28 settembre e il 27 dicembre 2020. Dallo studio è emerso che la variante inglese non era collegata a un'aumentata gravità nel decorso della malattia, ma anche che questa versione di coronavirus aveva un tasso di riproducibilità 1,35 volte più alto rispetto ad altre varianti.

Insomma la B.1.1.7 sembra particolarmente abile nell'attaccare le nostre cellule: secondo alcuni virologi questa caratteristica fa sì che bastino minori quantità di virus (dose virale) per stabilire un'infezione in un individuo sano. Un'altra possibile spiegazione potrebbe risiedere proprio nella maggiore quantità virale rilevata nelle vie aeree dei positivi, che fa sì che i contagiati diffondano maggiori concentrazioni di particelle virali.

16 aprile 2021 Elisabetta Intini
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