Salute

Covid, gravidanza e vaccini: che cosa sappiamo, dopo un anno di pandemia

Per i rischi aumentati di forme gravi di CoViD-19 le donne in gravidanza dovrebbero avere priorità vaccinale. Se solo fossero state incluse nelle sperimentazioni.

A più di un anno dall'inizio della pandemia di covid abbiamo diverse informazioni in più sui rischi che comporta l'infezione in gravidanza: sappiamo che le donne incinte che contraggono la malattia da coronavirus sono più a rischio delle coetanee di sviluppare forme gravi ed essere ricoverate in ospedale, e che le future madri appartenenti a una minoranza etnica hanno maggiori probabilità di avere un decorso difficile - la stessa tendenza riscontrata nella popolazione generale.
 
Un'altra cosa che abbiamo appreso è che, fortunatamente, nella maggior parte dei casi la malattia non sembra essere trasmessa al feto. Ma restano molte domande aperte, una delle quali parecchio urgente: le donne in gravidanza devono essere vaccinate?

Uno sbilanciamento nei dati. La maggior parte dei dati sulla covid in gravidanza provengono da pazienti che accedono in ospedale a causa della malattia stessa o per problemi legati alla gravidanza. È pertanto difficile capire quanto l'infezione sia diffusa tra le donne incinte in generale (incluse quelle che non riportano sintomi seri) e se ci siano fasi specifiche della gestazione o del post parto in cui si è più vulnerabili al contagio.

Vulnerabili alle infezioni. I virus respiratori sono più pericolosi durante una gravidanza. In questa fase i polmoni femminili sono sottoposti a una fatica maggiore, perché l'utero crescendo preme sul diaframma e ne riduce la capacità, e perché le riserve di ossigeno vengono divise con il feto. In gravidanza l'attività del sistema immunitario viene ridotta per non danneggiare il bambino e l'organismo è più esposto alle complicazioni delle infezioni virali, incluse quelle dell'influenza: nelle donne incinte che nel 2009-2010 si ammalarono di H1N1 si vide un rischio aumentato di parto prematuro e di morte in utero.

Più a rischio. Una revisione di 77 studi su oltre 11.400 donne colpite da covid, ricoverate per varie ragioni durante la gravidanza, ha confermato che in questa pandemia le donne in attesa andrebbero considerate "un gruppo a rischio". Le probabilità che una donna incinta con diagnosi di covid sia ammessa a un reparto di terapia intensiva sono più alte del 62% rispetto a quelle di una donna non gravida in età riproduttiva; le probabilità di aver bisogno di ventilazione invasiva sono maggiori dell'88%.
 
Un successivo studio dei CDC americani (di cui abbiamo scritto qui) ha confermato che, anche se la maggior parte delle donne incinte sviluppa la malattia in forma leggera, le donne incinte sintomatiche corrono un rischio tre volte più alto di essere ricoverate in terapia intensiva e 2,9 volte più alto di essere sottoposte a ventilazione meccanica rispetto alle coetanee non in gravidanza.

Nascite precoci. Inoltre, mentre i lockdown hanno comportato un po' ovunque per le pazienti sane un calo dei parti prematuri (per approfondire), la covid in gravidanza sembrerebbe portare un rischio aumentato di parto pretermine. La maggior parte di queste nascite avviene comunque nell'ultimo trimestre, quando per il feto ci sono le migliori possibilità di uno sviluppo sano.

Rara la trasmissione al feto. Fortunatamente il contagio tra madre e feto, per quanto possibile, sembra essere una circostanza rara. In uno studio su 62 donne in gravidanza affette da covid condotto dal Massachusetts General Hospital non sono state trovate tracce di virus nel sangue della madre o nel cordone ombelicale, e nessuno dei 48 bambini testati alla nascita è risultato positivo. Altre ricerche hanno confermato che i neonati partoriti da pazienti covid erano in buona salute al momento del parto e nelle settimane successive. Nel sangue del cordone ombelicale sono stati anche trovati gli anticorpi al SARS-CoV-2, ma non è chiaro quale sia il livello di protezione trasmesso dalle madri che hanno avuto la covid al figlio.

Come spiegato su Nature, diverse infezioni virali nelle madri sono state collegate a un rischio aumentato di autismo o depressione nei bambini: al momento non ci sono dati che indichino altrettanto per la CoViD-19, ma gli studi sullo sviluppo neurologico dei neonati richiedono tempo e non ci sono informazioni sufficienti a riguardo. In rari casi la risposta infiammatoria da covid in gravidanza è stata collegata a danni nella placenta simili a quelli che il coronavirus causa nel tessuto polmonare: una condizione che potrebbe comportare rischi nello sviluppo del feto.

Il dilemma dei vaccini. Tutti questi dati dovrebbero automaticamente inserire le donne in gravidanza nelle categorie di alta priorità vaccinale. Tuttavia, nessuna tra le principali aziende farmaceutiche produttrici di vaccini le ha coinvolte nei primi trial sperimentali, e oggi ci sono pochi dati sul vaccino anti-covid per le donne in attesa. L'OMS ha dichiarato che non sono noti rischi specifici per i vaccini in gravidanza, ma che non si sono raccolte informazioni a sufficienza per fornire una raccomandazione generale per tutte le donne incinte, come avviene per i vaccini contro l'influenza. L'OMS ha anche precisato che alle future madri con malattie pregresse o che hanno lavori a rischio dovrebbero essere offerti i vaccini a mRNA di Moderna o Pfizer/BioNTech, soltanto però dopo una visita dal proprio medico.

È chiaro che i rischi aumentati per la madre e la possibilità di parto pretermine rendano il non aver inserito le donne incinte nei primi trial di fase 3 un grave errore, a cui ora si sta cercando di rimediare. Negli USA sono iniziate raccolte dati su pazienti incinte, in fase di allattamento o che stiano pensando a una gravidanza e abbiano ricevuto il vaccino. La lezione per il futuro è di non escludere le donne in attesa dagli studi clinici su larga scala.

13 marzo 2021 Elisabetta Intini
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