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COVID-19: un vaccino sembra funzionare bene nei topi

Un vaccino sperimentale a base di proteine virali attiva, nei topi, anticorpi specifici contro la COVID-19. Ma per i test sull'uomo occorreranno mesi.

COVID-19: potenziali vaccini
Un cerotto cosparso di microaghi: il potenziale vaccino contro la COVID-19 dell'Università di Pittsburgh. | UPMC

Aggiornamento alle 10:30 del 3 aprile 2020. Il vaccino anti-COVID-19 dell'Università di Pittsburgh, che finora ha dato risultati incoraggianti sui topi, potrebbe essere pronto per l'utilizzo sull'uomo a marzo 2021. Lo ha spiegato in un'intervista al sito del Corriere Andrea Gambotto, professore originario di Bari che coordina la ricerca nell'ateneo statunitense. I test clinici di fase I sull'uomo inizieranno nei prossimi mesi, subito dopo l'approvazione dell'FDA americana. Dopo 8-11 settimane si otterranno i primi effetti e a quel punto si valuteranno le condizioni di emergenza in cui versa la salute pubblica.

 

Se i risultati fossero molto positivi e la pandemia durasse ancora a lungo si potrebbe somministrare all'uomo anche a fine anno; ma se non saremo in emergenza potremo prenderci un po' di tempo in più per valutarne l'efficacia. Quando il PittCoVacc sarà pronto, tra le prime fasce di popolazione da immunizzare ci saranno quelle impiegate nel settore sanitario.

 

Un candidato vaccino contro la COVID-19 sembra attivare, nei topi, anticorpi specifici in quantità sufficienti a neutralizzare il coronavirus SARS-CoV-2. Il preparato è stato messo a punto dai ricercatori della Pittsburgh School of Medicine: a differenza di altri potenziali vaccini a mRNA già entrati nella fase di sperimentazione sull'uomo, questo utilizza frammenti di proteine virali sintetizzate in laboratorio per stimolare una risposta immunitaria (e non un segmento dell'RNA del virus). È un approccio più tradizionale e già brevettato, simile a quello utilizzato per i vaccini antinfluenzali; al contrario, i vaccini a mRNA sfruttano una tecnologia del tutto nuova, testata anche sugli animali soltanto ora. I primi risultati della ricerca sono stati pubblicati su EBioMedicine, una rivista pubblicata dal Lancet: a differenza di come accade per molti studi in questi giorni, questo è stato rivisto in peer-review.

Pratico e riproducibile. I ricercatori sono partiti dagli studi su SARS e MERS per individuare l'arma e allo stesso tempo il tallone d'Achille del virus: le sue spicole, le protuberanze proteiche che stimolano un'azione di difesa nell'organismo. Per fabbricarne in grande quantità, hanno sfruttato colture di cellule ingegnerizzate per esprimere le spicole del SARS-CoV-2, da consegnare al corpo umano con un metodo innovativo: non un'iniezione ma un cerotto grande come un'unghia e cosparso di 400 microaghi. Il cerotto si appiccica alla pelle come quelli per i tagli o come un pezzo di velcro e gli aghi, fatti interamente di zucchero e frammenti virali, si dissolvono nell'epidermide, dove è più marcata la risposta immunitaria.

 

Il metodo di somministrazione è una rivisitazione moderna del vaccino contro il vaiolo e ha diversi vantaggi: i cerotti possono restare a temperatura ambiente e non hanno bisogno di refrigerazione, sono indolori e adatti alla produzione industriale di massa. Inoltre, mantengono la loro efficacia anche dopo essere stati sterilizzati con radiazione gamma - un prerequisito essenziale per i test sull'uomo (questo è infatti uno dei principali metodi di sterilizzazione utilizzato nel settore sanitario).

Che cosa accadrà ora. Testato sui topi, il PittCoVacc - come è stato soprannominato - ha stimolato una reazione immunitaria sufficiente contro il virus in un paio di settimane. Non è ancora stato possibile osservare la risposta nel lungo termine, ma gli animali sottoposti a un analogo vaccino contro il MERS-CoV, il coronavirus della MERS, hanno sviluppato un'immunità della durata di un anno, e ci si può forse aspettare una protezione analoga.

 

Gli autori dello studio stanno ora chiedendo le necessarie autorizzazioni alla Food and Drug Administration per iniziare, nei prossimi mesi, i test di fase I sull'uomo (quelli per verificare la sicurezza del farmaco). Tipicamente, i test sui pazienti richiedono almeno un anno o qualcosa di più: anche se l'emergenza potrebbe velocizzare l'iter, i tempi si preannunciano ancora lunghi.

 

3 aprile 2020 | Elisabetta Intini