Scienza

COVID-19: test fai da te in pochi minuti? Non sempre affidabili

I leader mondiali promettono test rapidi per individuare la positività alla COVID-19 o la presenza di anticorpi: ma ci sono dubbi sull'accuratezza.

Test da fare a casa per capire se si ha la COVID-19, o se si è già guariti e si sono sviluppati gli anticorpi: negli ultimi giorni sono stati promessi da vari leader politici, e se funzionassero davvero sarebbero provvidenziali. Ma sulla loro affidabilità circolano non pochi dubbi. I kit in questione individuano gli antigeni (le parti della superficie del virus che sono riconosciute come pericolose dall'organismo e che scatenano una risposta immunitaria) per capire se una persona sia attualmente positiva al virus, o gli anticorpi, per capire se lo sia stata. Ma dopo le prime, entusiastiche dichiarazioni, le aspettative su questi due tipi di esami da fare a casa e in autonomia sono state di gran lunga ridimensionate.

Velocità o precisione? I normali tamponi per il coronavirus sono lunghi cotton-fioc che prelevano muco e saliva dal naso e dalla gola del paziente. In laboratorio, il codice genetico del virus (se presente) viene estratto dal campione e copiato ripetutamente, rendendolo visibile. A questo punto, si cercano al suo interno alcune porzioni del codice genetico del SARS-CoV-2 che si presume non cambino velocemente: se le si trova, il test è positivo. I risultati richiedono dalle 4-6 ore a un paio di giorni, e i tempi aumentano con il sovralavoro a cui sono sottoposti i laboratori di ricerca.

I test rapidi antigenici per il COVID-19 somigliano a quelli per l'influenza: il tampone è un po' più corto e i risultati dovrebbero arrivare entro 15 minuti. Se funzionassero aiuterebbero a conoscere la reale entità dei contagi, ma le prime revisioni di questi prodotti non sono positive. La Spagna che ne aveva ordinati 9000 dalla Cina li ha rimandati indietro, dopo che le analisi degli scienziati della Spanish Society of Infectious Disease and Clinical Microbiology hanno dimostrato che identificano correttamente le persone positive al virus soltanto nel 30%. I normali tamponi "da laboratorio" hanno un'affidabilità dell'84%.

Fuori i guariti. La seconda tipologia di test rileva la presenza di anticorpi contro il coronavirus nel sangue. Alcune versioni ricordano i kit pungidito usati per misurare la glicemia. Nei giorni scorsi, il governo inglese ha annunciato di averne acquistati 3,5 milioni, che sono ora in fase di valutazione: i dispositivi dovrebbero rilevare gli anticorpi IgM, che compaiono all'inizio in risposta a un'infezione, e gli IgG, che aumentano dopo qualche settimana dal contagio. L'idea è capire quanti sono potenzialmente immuni alla COVID-19 perché già guariti, e consentire a queste persone di tornare al lavoro. Negli USA, 15 aziende hanno già sviluppato test di questo tipo e potranno distribuirli al personale sanitario, sebbene non siano ancora stati formalmente valutati dalla Food and Drug Administration.

Incastri difficili. L'equilibrio tra la necessità di sapere chi è malato, chi è asintomatico e chi è già guarito e il bisogno di accuratezza è delicato. Da un lato, avere queste informazioni velocemente, senza saturare i laboratori sarebbe indispensabile per liberare personale sanitario in quarantena preventiva e per consentire a chi non ha più sintomi di terminare l'autoisolamento. Dall'altro, come ha detto Chris Whitty, capo consigliere del governo britannico per la Sanità, «l'unica cosa peggiore dell'assenza di test è un test sbagliato». Kit diagnostici non attendibili potrebbero dare a persone positive e in grado di trasmettere il virus un falso senso di sicurezza, mettendo a rischio la loro salute e favorendo nuovi contagi.

30 marzo 2020 Elisabetta Intini
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