Salute

COVID-19: si temono contagi tra rifugiati e nelle zone di guerra

L'OMS ha espresso preoccupazione per una probabile terza ondata di propagazione di COVID-19 nei campi profughi e nei Paesi già segnati da conflitti.

Le persone più vulnerabili e già private dei diritti fondamentali, come i rifugiati e gli abitanti di Paesi interessati da conflitti, potrebbero venire per ultime anche nella distribuzione delle risorse necessarie per far fronte alla COVID-19. A rendere esplicite le preoccupazioni degli operatori umanitari è, ancora una volta, il Direttore Generale dell'OMS Tedros Adhanom Ghebreyesus: i Paesi che già in tempi "normali" faticano a gestire l'emergenza umanitaria nei loro confini, difficilmente sapranno o vorranno farvi fronte quando la COVID-19 avrà iniziato a diffondersi nei campi profughi.

Senza confini. I timori hanno preso corpo dopo la conferma del primo caso di COVID-19 sull'isola greca di Lesbo, dove si trova il campo profughi di Moria: qui 20 mila persone vivono in precarie condizioni in uno spazio pensato per 3000, dove già l'accesso all'acqua è limitato e bagni e docce - una ogni 230 persone - sono costantemente impraticabili per il sovrautilizzo. Anche Libano, Iraq, Giordania, Palestina e Turchia hanno riferito di casi sospetti di COVID-19: anche se questi Paesi ospitano i più estesi campi per rifugiati al mondo, per ora (probabilmente per mancanza di test) non si hanno notizie di casi confermati in questi luoghi. Inoltre, l'OMS reputa il rischio che la pandemia si diffonda in Siria "molto alto", nonostante il Paese taccia sull'esistenza di possibili casi. Se il virus dovesse propagarsi in questo Stato o nello Yemen, profondamente segnati dalla guerra e con strutture sanitarie al collasso, non sarebbe possibile gestirlo.

Il lusso della prevenzione. In assembramenti umani così affollati e dimenticati, spesso interessati da altre epidemie, implementare le misure di distanziamento sociale adottate ovunque in questi giorni è impensabile. Allo stesso modo, lavarsi spesso le mani è una sfida, in contesti in cui l'accesso all'acqua è limitato. La semplice consapevolezza di un'ennesima minaccia da affrontare, per le persone già alle prese con il trauma della guerra, della violenza e dell'esilio, può essere troppo da sopportare. E anche chi non ha patologie pregresse è quanto meno denutrito o soffre di stress cronico, insonnia, dipendenze. 

Gli operatori umanitari si chiedono se i rifugiati avranno accesso a presidi sanitari già sovraffollati, o se finiranno per essere trattati come pazienti "non prioritari". Della loro salute dovrebbero occuparsi gli Stati in cui si trovano al momento, ma come vediamo in Europa, di questi tempi ognuno sembra pensare prima a sé. Anche la priorità di sottoporre a test i casi sospetti e i loro contatti è destinata ad arrivare in questi luoghi in un secondo o in un terzo momento: su questo fronte, quasi nessuno sta facendo abbastanza.

Che cosa accadrà quando infine arriverà un vaccino? L'accesso sarà limitato solo a chi se lo può permettere?

22 marzo 2020 Elisabetta Intini
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