Scienza

COViD-19: perché il concetto di "seconda ondata" è fuorviante

Continuare a parlare di una futura seconda ondata di covid significa accentuare il paragone con l'influenza, e assumere che siamo usciti dalla prima.

È bastato leggere le notizie sul nuovo focolaio di covid a Pechino per tornare a parlare di una seconda ondata di covid, una recrudescenza della pandemia pronta a ripresentarsi nel prossimo futuro, forse in autunno. Sappiamo bene che la grande maggioranza della popolazione mondiale è ancora vulnerabile al virus, e che la COViD-19 sarà tra noi fino a quando non avremo un vaccino con il quale immunizzare una quantità sufficiente di persone. Tuttavia, allo stato attuale delle cose il concetto di una seconda ondata epidemica è almeno in parte problematico, per due ragioni principali: perché accentua il paragone scorretto tra covid e influenza e perché dà per scontato che ci siamo ormai lasciati la prima ondata alle spalle.

Un confronto nato male. In chi non fa dell'epidemiologia il proprio mestiere l'idea di una seconda ondata deriva da un confronto inesatto tra la COViD-19 e la stagionalità del virus influenzale. Come spiega un articolo su The Conversation, la tentazione di confrontare il patogeno con il SARS-CoV-2 è forte, perché le ultime pandemie note sono state di influenza. Ma come ormai sappiamo il nuovo coronavirus è assai più letale e comporta un numero molto più alto di infezioni gravi e ricoveri ospedalieri.

Le differenze non finiscono qui. Il virus dell'influenza ha un andamento stagionale: compare in ogni emisfero all'inizio dell'autunno, avanza durante l'inverno e si attenua fino a quasi a scomparire in estate, complici l'aumento dell'umidità e dei raggi UV, insieme all'abitudine di stare all'aperto. Questo ciclo si ripete ogni anno, con il virus che muta abbastanza rapidamente da impedire un'immunità permanente.

Non sappiamo ancora con precisione se l'andamento delle stagioni abbia effetti anche sul SARS-CoV-2. Anche se è possibile che alcuni fattori - come l'influenza del clima sulla velocità di evaporazione dei droplets infettivi - abbiano effetto sulla trasmissibilità del virus in estate, il fatto che il patogeno sia completamente nuovo e che la maggior parte della popolazione non lo abbia incontrato è sufficiente ad affossare ogni sperato vantaggio offerto dalla bella stagione. Può darsi che la trasmissione si riduca mentre trascorriamo le giornate all'aperto, ma non possiamo aspettarci che il virus si dilegui, per ricomparire più aggressivo in autunno.

Le nostre responsabilità. A questo si lega il secondo problema. Parlare di una seconda ondata equivale ad assumere che siamo usciti dalla prima, e questo mentre il virus è ancora attivo, anche se fortunatamente circola in modo molto più contenuto. Il concetto di seconda ondata sembra inoltre veicolare l'idea del ritorno inevitabile di un patogeno pronto a vendicarsi del primo ko ricevuto, come se non potessimo fare nulla per impedire i danni visti nella primavera 2020.

Non ci troviamo tra due ondate: non siamo alla mercè di un virus da affrontare completamente disarmati. Piuttosto, siamo riusciti a limitare fortemente la circolazione della covid grazie a misure drastiche come i lockdown e l'adozione di comportamenti di responsabilità comune, come indossare le mascherine, lavarsi le mani e mantenere il distanziamento fisico. Queste accortezze sono molto efficaci nel limitare la circolazione del virus. Indipendentemente da ciò che accadrà, far passare il concetto di una inevitabile seconda ondata rischia di togliere l'accento dall'importanza dei nostri comportamenti nella prevenzione dei contagi.

23 giugno 2020 Elisabetta Intini
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