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COVID-19, la corsa dell'Africa per scongiurare i contagi

I legami commerciali tra Africa e Cina rendono elevato il rischio di diffusione del nuovo coronavirus nel continente: un'eventualità preoccupante.

Coronavirus: l'Africa si difende
Il 99% dei contagi da coronavirus COVID-19 è avvenuto nella Cina continentale, ma l'attenzione resta elevata in tutto il mondo. Vedi anche: che cos'è una pandemia? | Shutterstock

Quando a fine gennaio l'OMS ha dichiarato l'epidemia da COVID-19 un'emergenza sanitaria globale, lo ha fatto soprattutto per il timore che il nuovo coronavirus potesse diffondersi in territori con un sistema sanitario fragile, impreparati ad affrontare un patogeno altamente contagioso. Il pensiero è rivolto ai Paesi a basso-medio reddito già alle prese con altri fenomeni epidemici, politicamente instabili e spesso con strutture sanitarie precarie. Le relazioni commerciali tra Africa e Cina rendono piuttosto elevate le probabilità che il COVID-19 approdi nel continente, in cui vivono 200.000 lavoratori cinesi. Oltre 2.600 voli l'anno collegano Africa e Cina: l'epidemia di SARS del 2003 non riuscì a raggiungere il territorio africano, ma oggi tra queste regioni di mondo ci sono 10 volte più collegamenti aerei di allora.

Quale rischio? A differenza di altri Paesi (inclusa l'Italia), gli Stati africani non hanno interrotto i voli con la Cina. Il rischio di importazione del nuovo coronavirus rimane in ogni caso più elevato nelle nazioni asiatiche, seguite da Nord America ed Europa. Secondo uno studio dell'Università di Southampton citato dal Newscientist, Londra e Tokyo corrono un rischio rispettivamente 10 volte e 60 volte maggiore di registrare un COVID-19 di importazione rispetto a Nairobi o Johannesburg; in altre città africane, le probabilità sono anche inferiori. Il fattore climatico potrebbe inoltre giocare per l'Africa un ruolo protettivo: i coronavirus sono patogeni che si esprimono al meglio al freddo.

 

pioggia sul bagnato. Se però il virus arrivasse in Africa, povertà, instabilità sociale e sistemi sanitari già fiaccati da altre epidemie (come Ebola, malaria, febbre della Rift Valley) potrebbero amplificare le sue conseguenze: come sappiamo, il virus risulta letale nelle persone in uno stato di salute già compromesso. Per Vittoria Colizza, ricercatrice del Pierre Louis Institute of Epidemiology and Public Health dell'Università della Sorbona, a Parigi, i Paesi più a rischio, in base agli spostamenti e alle capacità di risposta dei rispettivi sistemi sanitari, sono Nigeria, Etiopia, Sudan, Angola, Tanzania, Ghana e Kenya.

 

Il problema della diagnosi. L'OMS raccomanda di testare la presenza di coronavirus in chiunque mostri sintomi respiratori dopo essere stato esposto a casi noti di COVID-19, o in chi avverta questi disturbi dopo essersi recato in Cina nelle due settimane precedenti. Tuttavia, nella maggior parte dei Paesi dell'Africa il sistema di screening e identificazione del virus è ancora insufficiente: secondo il Newscientist, fino a pochi giorni fa soltanto due laboratori pubblici, in Senegal e Sudafrica, erano in grado di offrire test per il nuovo coronavirus. Dopo un frenetico aggiornamento dei tecnici di laboratorio di tutto il continente, ora 29 Stati africani possono individuare il patogeno.

 

Finora non si hanno notizie di casi in Africa, ma se dovessero verificarsi in aree remote, la quarantena potrebbe essere ostacolata dalla sfiducia diffusa nei confronti del personale sanitario: un po' come è accaduto con Ebola, che per certi versi ha già messo alla prova la tenuta dei sistemi di sorveglianza sanitaria. Anche se l'epidemia di Ebola in Congo è ancora in corso, il virus non è riuscito a varcare i confini dello Stato: un primo successo di tenuta che speriamo non debba essere testato di nuovo.

16 febbraio 2020 | Elisabetta Intini