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COVID-19: in Svezia sfumano le speranze di una rapida immunità di gregge

Alla fine di aprile solo il 7,3% degli abitanti di Stoccolma aveva sviluppato anticorpi contro la COVID-19: un dato molto inferiore alle aspettative.

COVID-19 in Svezia
Una giornata di sole a Stoccolma, il 22 aprile 2020. La Svezia ha affrontato l'emergenza COVID-19 con misure meno restrittive rispetto al resto d'Europa. | Shutterstock

La decisione della Svezia di non imporre un rigido lockdown nazionale non sta per il momento facilitando il raggiungimento dell'immunità di gregge. Alla fine di aprile, soltanto il 7,3% degli abitanti di Stoccolma mostrava anticorpi contro il SARS-CoV-2, il coronavirus che causa la COVID-19: una percentuale di molto inferiore alle aspettative degli epidemiologi, destinata ad aumentare le polemiche sull'approccio soft scelto dal Paese contro la pandemia.

 

Meno del previsto. La ricerca (qui) condotta dall'agenzia di salute pubblica svedese si basa su 1.100 test sierologici effettuati in tutto il Paese, anche se per il momento sono stati diffusi solo i dati sulla capitale. La percentuale di anticorpi sospetti rilevata non è in linea con i modelli che prevedevano che, ad oggi, un terzo degli abitanti di Stoccolma avrebbe contratto la COVID-19, e che la città avrebbe raggiunto una seppure parziale immunità di gregge entro la metà di giugno, con il 40-60% della popolazione già colpita dall'infezione. Ancora non sappiamo se quella dell'immunità di gregge sia una strategia efficace contro la COVID-19. Studi su modelli animali fanno sperare che chi ha già incontrato la malattia non la contragga di nuovo, ma la durata della protezione immunitaria contro il SARS-CoV-2 non è nota.

Modello svedese? Mentre il resto d'Europa imponeva stringenti misure di lockdown, la Svezia ha sospeso le lezioni per gli studenti maggiori di 16 anni e impedito assembramenti con più di 50 persone, ma ha lasciato aperti bar, ristoranti, palestre e negozi. Anziché limitare le uscite per decreto, il Paese si è affidato alla responsabilità dei cittadini e ha chiesto di lavorare da remoto e rimandare i viaggi non necessari; anziani ed ammalati sono stati invitati a non uscire di casa.

 

Dalla fine di aprile, il numero di pazienti svedesi in terapia intensiva è calato di un terzo, e secondo l'agenzia nazionale di salute pubblica la curva dell'epidemia si starebbe appiattendo. Tuttavia, qualcosa in questa strategia "morbida" contro la pandemia non deve avere funzionato, perché il tasso di mortalità per COVID-19 pro-capite (inteso come numero di decessi per ogni milione di abitanti) è risultato molto più alto in Svezia (376) rispetto a Danimarca (96), Finlandia (55) e Norvegia (44), che da subito hanno optato per rigidi lockdown - ma comunque più basso di quello italiano (535), inglese (538) o spagnolo (597). Secondo il sito Ourworldindata.com, nella settimana tra il 12 e il 19 maggio il rapporto decessi di COVID-19 per numero di abitanti in Svezia è stato il più alto d'Europa (6,25 morti su milione di abitanti: più dei 5,75 del Regno Unito).

 

Controcorrente. All'origine della scelta svedese c'è la convinzione che i Paesi che hanno affrontato lunghi lockdown come l'Italia saranno più vulnerabili alla seconda ondata di COVID-19. L'OMS ha però messo in guardia da ogni velleità di perseguire l'immunità di gregge: finora, tutti gli studi sierologici compiuti hanno trovato una prevalenza dell'infezione in una percentuale di popolazione compresa tra l'1% e il 10%. La maggioranza della popolazione mondiale è quindi ancora vulnerabile al SARS-CoV-2.

 

24 maggio 2020 | Elisabetta Intini