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CoViD-19: avere avuto il raffreddore può aiutare?

La precedente esposizione a coronavirus che danno comuni raffreddori ha un effetto protettivo contro la CoViD-19? Uno studio sul sistema immunitario.

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Aver contratto un raffreddore da coronavirus potrebbe proteggere dalla CoViD-19? | Shutterstock

Alcune persone che non hanno mai contratto la CoViD-19 possiedono difese immunitarie in grado di attivarsi contro il SARS-CoV-2 - forse, perché conservano la memoria di un passato incontro con altri coronavirus, responsabili di comuni raffreddori. Lo afferma uno studio condotto dall'Universitätsmedizin di Berlino e dal Max Planck Institute for Molecular Genetics, che non ha, tuttavia, accertato se queste difese immunitarie possano avere un ruolo protettivo nelle varie fasi della malattia. La ricerca è stata pubblicata su Nature.

 

Questo virus mi è familiare... Perché alcune persone sviluppano sintomi molto gravi da covid, mentre altre contraggono la malattia in forma lieve, persino asintomatica? La domanda è complessa e non ha una risposta univoca, ma nel tempo ha fatto sorgere il sospetto che alcune risposte immunitarie alla CoViD-19 possano essere quelle che gli esperti chiamano reazioni crociate. In pratica l'organismo conserva il ricordo di qualcosa che somiglia al SARS-CoV-2 (ma non lo è) e organizza le sue difese di conseguenza.

 

I risultati del nuovo studio avvalorano questa ipotesi, ancora tutta da testare sul piano clinico. I coronavirus sono una vasta famiglia di virus che causano infezioni che vanno dal comune raffreddore a patologie più serie dell'apparato respiratorio, fino a malattie potenzialmente più gravi come SARS, MERS e CoViD-19. in Germania, dove è stato condotto lo studio, i coronavirus meno aggressivi sono responsabili di fino al 30% dei raffreddori stagionali.

 

Ricordi preziosi. Il team ha isolato cellule immunitarie dal sangue di 18 pazienti covid e di 68 donatori di sangue sani. In laboratorio, le cellule sono state stimolate con frammenti sintetici della proteina "spike" del SARS-CoV-2. I ricercatori volevano capire se la stimolazione con questo antigene riuscisse ad attivare i linfociti T helper, globuli bianchi che scatenano l'emissione di citochine, proteine che regolano la risposta immunitaria. Come previsto, in 15 pazienti covid su 18 le cellule T helper hanno risposto all'appello, attivandosi per sconfiggere il virus: del resto, stavano facendo altrettanto nel corpo dei pazienti.

 

Più sorprendente è stato scoprire che - nei pazienti sani - le cellule memoria dei linfociti T helper, ossia quei linfociti destinati a sopravvivere a lungo, riuscivano a riconoscere frammenti di SARS-CoV-2 (anche se, teoricamente, non l'avevano mai incontrato). In 24 pazienti su 68 c'è stata una loro attivazione: ad essere riconosciuta non era l'intera lunghezza della proteina spike, ma solo quelle sezioni che presentano somiglianze con le proteine spike dei coronavirus del raffreddore. Nei sani, i T helper reagivano così proprio in virtù della precedente esposizione a coronavirus innocui.

A che cosa serve? Ulteriori studi già programmati dallo stesso gruppo di ricerca dovranno approfondire il ruolo della reazione crociata nel decorso della malattia e nella possibilità di contrarre l'infezione. Può darsi che i T helper dalla memoria lunga esercitino un effetto protettivo perché aiutano il corpo a produrre anticorpi, e che, per esempio, favoriscano una manifestazione più lieve dei sintomi; ma potrebbe anche accadere il contrario, cioè una reazione immunitaria mal indirizzata, con uno sviluppo più serio dell'infezione. 

 

9 agosto 2020 | Elisabetta Intini