Focus

Coronavirus COVID-19: cosa c'è da sapere Vai allo speciale

COVID-19: analisi delle acque reflue per tracciarne la diffusione

Sensori capaci di individuare il materiale genetico del coronavirus nei liquami potrebbero in futuro individuare i nuovi focolai di COVID-19.

covid-19-nelle-acque-reflue
COVID-19: tracce del virus potrebbero essere individuate nelle acque reflue urbane che raccolgono gli scarichi domestici. | Shutterstock

In piena emergenza coronavirus, con gli esperimenti ordinari forzatamente in stand-by, molti ricercatori stanno reindirizzando studi e competenze sulla lotta alla COVID-19. Un aiuto nel monitoraggio di nuove ondate dell'infezione potrebbe per esempio arrivare dall'analisi delle acque reflue urbane, nelle quali convogliano le deiezioni domestiche. Se si riuscisse a sviluppare sensori capaci di individuare la presenza del nuovo coronavirus nelle vasche di trattamento di questi liquami, si potrebbero in futuro riconoscere e circoscrivere più rapidamente i nuovi focolai epidemici.

 

una fonte preziosa di informazioni. L'epidemiologia delle acque reflue è una scienza che parte dall'analisi dei residui metabolici presenti nei rifiuti urbani per stimare il consumo di droghe o farmaci in una data zona, per valutare l'esposizione di una popolazione a pesticidi o tossine o studiare la presenza di superbatteri resistenti agli antibiotici. Di solito i campioni di acque reflue vengono prelevati e analizzati in laboratorio: se però si potessero installare, direttamente nelle vasche per il trattamento delle acque reflue, sensori in grado di individuare una sostanza e comunicarlo da remoto, si aprirebbero applicazioni importanti.

 

Prima della pandemia di COVID-19 Zhugen Yang, esperto in questo tipo di tecnologie che lavora all'Università di Cranfield (Regno Unito), stava mettendo a punto con i colleghi semplici sensori di carta in grado di individuare, nelle acque di scarico, i geni di batteri antibiotico-resistenti o di patogeni dal potenziale epidemico. Questi sensori filtrano gli acidi nucleici dei virus e li mettono a contatto con reagenti che ne evidenziano la presenza, colorandosi.

 

Per il "dopo". Una prova di fattibilità dei sensori è già stata realizzata ed andrebbe ora adattata per individuare i biomarcatori della COVID-19 presenti nelle feci dei pazienti: è infatti noto che il nuovo coronavirus interessa anche il tratto digerente dei pazienti. Test come questi potrebbero rivelarsi particolarmente utili in futuro, quando i focolai epidemici da COVID-19 saranno più circoscritti. I pazienti asintomatici potrebbero venire a conoscenza di eventuali positività grazie alle analisi di acque reflue in cui sia presente il virus.

 

4 aprile 2020 | Elisabetta Intini