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Il coronavirus scalza gli altri virus respiratori?

La competizione tra patogeni potrebbe spiegare perché le epidemie da coronavirus e da virus influenzale non si verificano in contemporanea.

Dopo la prima ondata di covid assistemmo a una capillare campagna di informazione a favore del vaccino antinfluenzale: se alle infezioni da coronavirus SARS-CoV-2 si fossero aggiunte come ogni anno quelle della stagione influenzale, il sistema sanitario non avrebbe retto l'impatto. Fortunatamente non è successo, né due inverni fa né in quello appena passato. Merito forse delle mascherine e delle alte precauzioni anti-covid. Ma potrebbe anche essere dipeso da un altro, più interessante fenomeno.

Ingresso vietato. L'esposizione a un virus respiratorio sembra mettere il sistema immunitario in un tale stato d'allerta da ostacolare temporaneamente l'ingresso nelle vie aeree di altri patogeni concorrenti. Gli esperti la chiamano interferenza virale: è un fenomeno biologico che limita la circolazione di virus respiratori nella stessa area geografica in un dato periodo di tempo, e che potrebbe spiegare perché probabilmente non vedremo un picco di casi di covid e di influenza avvenire nello stesso periodo.

Uno alla volta. Come spiegato sul New York Times, a livello individuale le coinfezioni di covid e influenza possono verificarsi, anche se in rare circostanze. L'interferenza virale agisce soprattutto sulla popolazione generale, quando un virus dalla circolazione massiva tende a estromettere gli altri dalla scena.

Gli esempi di questa competizione tra virus ancora oggetto di studio tra gli scienziati non sono rari. L'idea che un virus potesse controllare la proliferazione degli altri cominciò a diffondersi negli anni '60 con la campagna vaccinale contro la polio: i vaccini a base di virus attenuato, ridussero in modo significativo la diffusione dei virus respiratori.

Nel 2009, in piena pandemia di influenza suina, si vide che l'annuale epidemia autunnale da rhinovirus (il principale responsabile del raffreddore) riusciva a mitigare la corsa parallela dell'influenza. Inoltre, anche in un anno "normale" il picco di contagi da rhinovirus avviene tra ottobre e novembre e poi di nuovo a marzo, alle due estremità temporali della stagione influenzale.

Già sull'attenti. Per capire da cosa sia innescata questa serrata competizione, un team di scienziati dell'Università di Sheffield ha osservato da vicino quello che accadeva durante una campagna vaccinale contro l'influenza in Gambia. Bambini spesso affetti da rhinovirus hanno ricevuto un vaccino antinfluenzale a base di un virus vivo attenuato. Quelli che avevano un sistema immunitario già allertato in risposta ad altre infezioni respiratorie hanno finito per ospitare livelli virali molto più bassi rispetto a quelli che non stavano combattendo alcuna infezione, anche se il vaccino somministrato era lo stesso per tutti.

Scudo parziale. Le basi biologiche del fenomeno sembrano affondare nell'interferone, il nome generico che si dà a un gruppo di proteine prodotte dalle cellule per difendersi dall'invasione di un virus. La protezione di queste molecole, che servono a stimolare la resistenza cellulare contro i patogeni, è transitoria: poniamo che l'organismo sia già impegnato a combattere un rhinovirus - la risposta scatenata in risposta all'invasore potrebbe offrire una momentanea protezione contro il SARS-CoV-2. Se questa teoria, non da tutti condivisa, si rivelasse valida si capirebbe perché i bambini, più spesso alle prese con virus respiratori, appaiano più protetti degli adulti dalle infezioni da nuovo coronavirus.

A differenza degli altri virus però, il coronavirus SARS-CoV-2 è capace di eludere inizialmente la risposta degli interferoni. Ecco perché avere la covid non impedisce di contrarre simultaneamente altre infezioni - un'apparente punto debole della teoria dell'interferenza virale. Che si risolve così: a livello di popolazione, vince in diffusione il virus che si insinua nell'uomo per primo e che riesce a inanellare il numero maggiore di contagi prima dei rivali. Un esempio? Sempre in Gambia, dove non sono state attuate restrizioni anti-covid, coronavirus, influenza e rhinovirus hanno raggiunto il picco di casi in momenti diversi tra aprile 2020 e giugno 2021.

Lo zampino dell'uomo. Ora che Stati Uniti ed Europa sono alle prese con l'ultima zampata della stagione influenzale - nella terza settimana di marzo in Italia ci sono stati 282 mila casi - sarà interessante osservare l'andamento dei contagi da covid. Con una precisazione importante: le misure antipandemiche attuate dall'uomo come uso delle mascherine, vaccinazioni e restrizioni sugli assembramenti, hanno ricadute importanti sul comportamento dei virus e sulle loro rivalità nascoste.

Per comprendere al meglio come funzioni l'interferenza virale tra coronavirus e altri patogeni responsabili di sindromi simil-influenzali, occorrerà aspettare che il SARS-CoV-2 diventi un virus stagionale come tutti gli altri, e non più un sorvegliato speciale.

14 aprile 2022 Elisabetta Intini
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