Salute

Il coronavirus SARS-CoV-2 non sta cambiando: ecco perché è un bene

Il genoma del coronavirus SARS-CoV-2, che causa la CoViD-19, è (quasi) immutato: buona notizia per lo sviluppo di un vaccino, ma è presto per cantare vittoria.

Il SARS-CoV-2, il coronavirus che causa la CoViD-19, non sta mutando significativamente: lo confermano gli studi effettuati sul genoma del virus estratto da pazienti infetti di vari luoghi del mondo. Questa è una buona notizia: significa che il vaccino, quando sarà pronto, potrebbe essere efficace per diversi anni. Normalmente ci si aspetta che i virus mutino nel tempo, poiché si replicano in modo imperfetto nelle cellule dell'ospite: tuttavia, sembra che SARS-CoV-2 abbia subìto un mutamento genetico minimo dallo scoppio dell'epidemia.

Genoma (quasi) invariato. In Italia, due team di ricercatori hanno analizzato in modo indipendente dei campioni di nuovo coronavirus, riscontrando una mutazione genetica quasi nulla rispetto al genoma del virus sequenziato in Cina. «I nostri dati iniziali mostrano un RNA stabile, con sole cinque varianti», conferma Stefano Menzo, capo del reparto di virologia dell'Azienda Ospedaliera Universitaria di Ancona. Anche un gruppo di esperti statunitensi conferma di aver trovato un virus sostanzialmente invariato rispetto all'originale cinese: «Abbiamo riscontrato tra quattro e dieci differenze genetiche tra il ceppo statunitense e quello di Wuhan», afferma Peter Thielen, genetista molecolare all'Applied Physics Laboratory della John Hopkins University. «Questo significa che forse basterà sviluppare un solo vaccino per difendersi dal SARS-CoV-2, e non uno ogni anno che si adatti ai cambiamenti del virus, come accade nel caso dell'influenza stagionale».

Cautela. Nulla è ancora certo: i genomi virali sono dinamici, e il virus potrebbe ancora mutare. Da un lato c'è chi si mostra comunque ottimista, come Nathan Grubaugh della Yale School of Public Health, secondo il quale «il mutamento è una parte naturale del ciclo vitale del virus, e non dovremmo preoccuparcene»; dall'altro, all'interno della comunità scientifica c'è chi ricorda i risultati di uno studio preliminare pubblicato all'inizio di marzo, che parlava dell'esistenza di un secondo ceppo di SARS-CoV-2, causa di un maggior numero di casi gravi. Tuttavia, «finora non ci sono prove che colleghino un ceppo specifico all'aumento di casi gravi», spiega Thielen. «È più probabile che la gravità della malattia sia dovuta ad altri fattori».

5 aprile 2020 Chiara Guzzonato
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