Salute

Origine del coronavirus: perché si parla di nuovo del laboratorio di Wuhan?

Le ragioni della rinnovata fortuna della teoria del coronavirus uscito dal laboratorio di Wuhan, e la necessità di fare i conti con l'incertezza.

In una lettera aperta pubblicata su Science il 14 maggio 2021, 18 scienziati di ogmi parte del mondo hanno invocato una maggiore trasparenza sulle origini del coronavirus SARS-CoV-2, e auspicato un'indagine più ampia, indipendente e approfondita che prenda in considerazione tutte le ipotesi sul campo, inclusa quella di uno spillover (una "fuga") del virus da un laboratorio di biosicurezza.

L'idea alla base di questo appello, così come di una precedente richiesta pubblicata a marzo sul New York Times, è che la teoria del "virus evaso dal laboratorio" andrebbe analizzata con cura, anche soltanto per smentirla del tutto, perché fa parte del metodo scientifico interrogare anche le ipotesi apparentemente più solide e considerare, prima di scartarle, anche le meno probabili. Ma ci si muove su un terreno politicamente impervio, e dopo la richiesta da parte di Biden di una nuova indagine sull'origine della covid all'intelligence americana, sono rifioriti complottismi che credevamo archiviati su un fantomatico virus artificiale.

Una missione infruttuosa. A scanso di equivoci, il consenso della comunità scientifica sull'origine animale del coronavirus SARS-CoV-2 è pressoché unanime. Vale la pena però capire quali sono le ragioni che hanno fatto tornare in auge l'ipotesi del laboratorio. Gran parte del malcontento di chi solleva questi dubbi ha origine dalla difficile missione dell'OMS a Wuhan lo scorso gennaio, che ha lasciato insoddisfatti gli scienziati ansiosi di risposte. È opinione comune che gli esperti dell'organizzazione abbiano avuto poco tempo a disposizione e siano stati sottoposti a pressioni politiche, sfociate nell'accantonamento frettoloso di alcune piste e nel recupero di ipotesi ritenute improbabili (ne avevamo scritto qui).

Qualche sospetto, nessuna prova. La vicinanza del Wuhan Institute of Virology al mercato del pesce di Huanan, primo focolaio importante di CoViD-19, è una delle motivazioni principali dei fautori della teoria del laboratorio. L'istituto è uno dei più attivi al mondo nella ricerca sui coronavirus dei pipistrelli (incluso il RaTG13, il più vicino parente noto del SARS-CoV-2, anche se non un progenitore diretto), ma ha alle spalle alcune pubblicazioni scientifiche su patogeni respiratori di origine animale nello Yunnan non sempre coerenti tra loro. 

Tuttavia, da qui all'ipotizzare l'esistenza di esperimenti "segreti" finiti malissimo c'è un abisso: non esiste alcuna prova scientifica del fatto che nel laboratorio di Wuhan si stesse lavorando con virus strettamente affini al SARS-CoV-2. Il RaTG13 ha una somiglianza genetica con il nuovo coronavirus del 96,2%, troppo poco per esserne un parente diretto, e oltretutto, gli esperti dell'OMS hanno potuto accedere al Wuhan Institute of Virology e confermare l'integrità dei protocolli di sicurezza.

Confezionato su misura? I sostenitori della teoria del laboratorio fanno notare anche alcune peculiarità molecolari del nuovo coronavirus, come il fatto che sia l'unico esemplare, tra i Sarbecovirus (un sottogenere dei coronavirus) a presentare un sito di scissione della furina, cioè una parte della proteina spike che lo aiuta a farsi largo nelle cellule dell'ospite. O che un'altra regione della spike definita receptor binding motif (RBM) sembri particolarmente adatta ad agganciarsi alle cellule umane, una facilità di attracco che il coronavirus della SARS, il SARS-CoV-1, conquistò solo molto tempo dopo aver compiuto il salto nell'uomo.

Le spiegazioni più semplici. Queste caratteristiche fanno sembrare il SARS-CoV-2 pre-adattato a infettare l'uomo, come se - si spingono a dire alcuni - avesse già avuto modo di allenarsi su cellule umane in laboratorio. In realtà le caratteristiche molecolari citate sono perfettamente spiegabili con i meccanismi tipici dell'evoluzione e ricorrenti nei virus presenti in natura. Come conferma al New Scientist David Robertson, virologo evolutivo dell'Università di Glasgow, i siti di scissione della furina sono diffusi in tutta la famiglia dei coronavirus (di recente ne è stato trovato un frammento praticamente identico in un Sarbecovirus dei pipistrelli in Thailandia) e si sono evoluti molte volte in modo indipendente in diversi lignaggi. Sono stati favoriti in più occasione, naturalmente, dall'evoluzione.

La presunta innaturalità di alcune caratteristiche del virus può dipendere dalla ricombinazione di materiale genetico, un fenomeno noto per i virus a RNA: quando due virus attaccano la stessa cellula, possono scambiarsi parti consistenti di codice genetico e dar luogo a sequenze inedite. Includendo questo meccanismo, «è molto chiaro per chiunque abbia lavorato in questo campo, che il SARS-CoV-2 è solo un altro lignaggio fratello del primo virus della SARS emerso nel 2002» dice Robertson. E non è che il virus sia preadattato all'uomo, è semplicemente un tipo generalista, che sa abitare nell'uomo così come nei visoni, nei gatti, nei pangolini e probabilmente in altri mammiferi.

La Luna e il dito. L'ipotesi più probabile è che un antenato diretto del nuovo coronavirus sia presente in natura e debba ancora essere scoperto: ma data la quantità di coronavirus pericolosi per l'uomo è come cercare un ago nel pagliaio e potrebbero volerci decenni per trovarlo. La momentanea assenza di prove evidenti sugli animali ospiti è forse la ragione che più di tutte alimenta i complottismi: come più volte osservato nel corso della pandemia, non siamo abituati a stare nell'incertezza e ci accontentiamo, piuttosto, di facili scorciatoie. Certamente l'ipotesi del laboratorio è, in via del tutto teorica, possibile, ma concentrarsi su di essa, con centinaia di virus in natura probabilisticamente pronti a effettuare un salto di specie, potrebbe essere una falsa soluzione.

2 giugno 2021 Elisabetta Intini
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