Salute

Coronavirus e gravidanza: che cosa c'è da sapere

I primi studi sulle madri vicine al parto positive al coronavirus sembrano rassicurare; ma mancano informazioni sulle fasi iniziali della gestazione.

Come reagiscono al coronavirus le donne in gravidanza? Quali sono i rischi per feti e neonati? Gli scienziati se lo chiedono dall'esordio dell'epidemia in Cina. I pochi dati arrivati finora invitano a un cauto ottimismo, ma le pazienti studiate sono ancora poche, ed è troppo presto per rispondere con certezza.

Non più a rischio degli altri. Diversamente da quanto osservato con la pandemia di influenza causata dal virus H1N1 nel 2009, le donne in gravidanza non sembrano maggiormente a rischio di sviluppare sintomi gravi, in caso di infezione da coronavirus. Secondo un'analisi su 147 pazienti incinte riportata dall'OMS, solo l'8% ha riportato forme importanti della malattia, e soltanto l'1% è finito in condizioni critiche.

Anche se è troppo presto per escludere del tutto questa eventualità, per il momento non ci sono prove di trasmissione verticale della malattia da COVID-19 al feto. Uno studio su 9 donne in gravidanza e sui loro figli pubblicato sul Lancet ha chiarito che i neonati (venuti alla luce con parto cesareo per ridurre i rischi di esposizione al virus) erano sani e senza tracce di SARS-CoV-2 nel sangue, nella gola, nel cordone ombelicale e nel liquido amniotico.

La contagiosità del virus SARS-CoV-2 rispetto ad altri patogeni. Secondo l'OMS, circa il 3,4% dei pazienti con COVID-19 nel mondo è deceduto. Vedi anche: tasso di mortalità del nuovo coronavirus, ecco perché non è preciso © Focus

Distanza di sicurezza. Lo studio non ha trovato tracce di coronavirus nel latte materno, ma il campione di pazienti studiate è ancora troppo ridotto.

In altre pubblicazioni su bambini contagiati dal COVID-19, i piccoli sono stati testati a diverse ore dalla nascita, quando ormai avevano trascorso del tempo a stretto contatto con la madre. Ciò suggerisce che la trasmissione sia avvenuta per via respiratoria dopo il parto, condotto senza particolari precauzioni, probabilmente perché le madri non avevano ancora ricevuto una diagnosi di infezione.

Per questo è importante una diagnosi tempestiva, a maggior ragione per le donne in attesa. E potrebbe rendersi necessario adottare precauzioni già prese in passato con l'H1N1, che costrinse al ricovero un terzo delle pazienti incinte contagiate. In quell'occasione i Center for Disease Control and Prevention statunitensi suggerirono una separazione delle madri positive al virus dai neonati per il tempo utile a guarire dall'infezione, insieme all'astensione dal latte materno (tirato, ma non somministrato ai bebé). Sono misure drastiche e psicologicamente difficili, tuttavia indispensabili per proteggere i bambini dal contagio. 

Domande aperte. Ancora meno si sa sui rischi che corrono le donne che contraggono l'infezione nelle fasi iniziali della gravidanza. In generale, nei primi mesi le febbri sono associate a un rischio aumentato di disturbi dello sviluppo e difetti alla nascita dei neonati. Alcune infezioni epidemiche hanno conseguenze gravi per madri e bambini: il virus Zika provoca microcefalia, Ebola porta in molti casi alla morte delle gestanti.

Come ricorda il New York Times, le pandemie di influenza del 1918 e del 1957 comportarono una letalità elevata (tra il 30% e il 50%) per le donne in gravidanza. Il nuovo coronavirus è diverso dall'influenza, ma gli studi su un altro virus della sua famiglia, quello della SARS, non sono incoraggianti. In un piccolo studio su 12 pazienti incinte e con la SARS, ad Hong Kong, 3 donne morirono, e 4 ebbero un aborto spontaneo nel primo trimestre. Per ora, gli studi scientifici su COVID-19 e gravidanza sembrano rassicurare, ma se numeri più alti di pazienti studiate dovessero suggerire un rischio aumentato, allora le donne in attesa potrebbero diventare tra le prime a beneficiare di un vaccino, quando ne avremo a disposizione uno sicuro ed efficace.

9 marzo 2020 Elisabetta Intini
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