Salute

I casi più gravi di Covid-19 in Lombardia visti dalla scienza

Uno studio ha analizzato 1.600 casi gravi di Covid-19 nelle terapie intensive in Lombardia. Aiuta a capire quel che è accaduto nell’epicentro della crisi italiana durante il primo mese di emergenza.

È una fotografia dei casi gravi di Covid-19 nel primo mese di emergenza in Lombardia, la più accurata scattata a oggi e la più ampia per dimensioni del campione di pazienti sotto esame: quasi 1600, arrivati nelle Unità di terapia intensiva lombarde dal 20 febbraio al 18 marzo scorso.

 

Persone giunte in ospedale con sintomi molto seri, che infatti nell'88 per cento dei casi hanno dovuto essere intubate e solo nell'11 per cento trattate con la ventilazione non invasiva: sono quindi dati relativi alla punta dell'iceberg di tutti i malati di Covid-19 perché, oltre a quelli diagnosticati con certezza e ai ricoverati, c'è un'ampia fetta di pazienti che non sono stati sottoposti al tampone o che essendo stati asintomatici non hanno neppure mai sospettato di aver contratto SARS-CoV-2.

Fattori di rischio. Pur col limite di riferirsi ai soli casi molto complessi, lo studio aiuta a capire quel che è accaduto nell'epicentro della crisi italiana durante il primo mese di emergenza: i dati, per esempio, mostrano che i pazienti più gravi sono stati in prevalenza maschi (per l'82 per cento) e che il 68 per cento aveva almeno un'altra malattia, uno su due l'ipertensione.

La mortalità complessiva di questi malati approdati in rianimazione è stata del 26 per cento (più di 1 persona su 4), ma il dato è significativamente più alto in chi aveva più di 64 anni (nei più anziani la mortalità è arrivata al 36 per cento, negli under 64 è scesa al 15); al 25 marzo, il 16 per cento dei pazienti seguiti era stato dimesso e il 58 per cento era ancora ricoverato in terapia intensiva.

«In media i malati restano un paio di settimane», racconta Maurizio Cecconi del Dipartimento di Anestesia e Terapia Intensiva dell'Humanitas di Rozzano (Mi), coordinatore dello studio. «Un dato che, associato al numero elevato di malati che hanno bisogno della terapia intensiva (i dati lombardi indicano che accade al 9 per cento, ma è probabilmente una stima conservativa, ndr), è prezioso per pianificare una strategia per affrontare un eventuale secondo picco».

Le differenze con altri paesi. I numeri dell'Italia sono però diversi da quelli raccolti in altri Paesi: qui per esempio i pazienti ricoverati in rianimazione che hanno dovuto essere intubati sono significativamente più numerosi rispetto a ciò che è accaduto a Wuhan o nello stato di Washington, negli Stati Uniti. «Potrebbe dipendere da una diversa organizzazione dell'assistenza sanitaria», osserva Cecconi.

«In Italia i malati che avevano bisogno di una ventilazione non invasiva sono stati in gran parte gestiti in altri reparti e quindi non registrati nell'indagine, che non ha tenuto conto neanche dell'assistenza intensiva prestata al di fuori dei reparti di rianimazione già esistenti o nelle strutture create ex novo per l'emergenza: in Humanitas, per esempio, prima di Covid-19 avevamo 24 letti con il supporto respiratorio, ora ce ne sono 40 nella rianimazione Covid, un'altra quarantina nella subintensiva Covid e un'altra dozzina di terapia intensiva per i pazienti non-Covid».

Tra i fotogiornalisti che hanno documentato l'emergenza Covid-19 in Lombardia c'è Fabio Bucciarelli che sul New York Times ha raccontato il dramma della provincia di Bergamo. Quella qui sopra è una delle foto del suo reportage pubblicata anche su Instagram.

L'età non è un fattore di rischio. Un altro dato sottolineato da Cecconi è l'età media dei pazienti in rianimazione: «Non è diversa dall'età media dei pazienti Covid-19 in generale: significa che l'età, da sola, non è un fattore di rischio per il ricovero in terapia intensiva. Questo conferma che Covid-19 non è una semplice influenza e che l'età è un fattore di rischio per la mortalità, ma non per lo sviluppo di una patologia grave».

 

Lo studio lombardo, pur relativo alla prima fase dell'emergenza, conferma anche che la strategia giusta per "resistere" all'onda d'urto della pandemia è aumentare i letti nei reparti di rianimazione, perché purtroppo una quota consistente di malati ne ha bisogno.

 

«Aumentare la capacità ricettiva delle terapie intensive e degli ospedali è fondamentale, ma lo è anche contenere l'infezione con misure come il lockdown: i dati che abbiamo a disposizione indicano chiaramente che Covid-19 si trasmette troppo velocemente e porta troppo spesso alla necessità di supporto respiratorio per pensare di gestirlo solo aumentando i posti in ospedale», puntualizza Cecconi.

 

«Privilegiare la salute all'economia è stata una scelta responsabile, il lockdown ha aiutato noi ma anche gli altri Paesi; inoltre, la condivisione immediata e trasparente dei nostri dati è di grande aiuto per chi ora sta ripercorrendo le orme dell'epidemia in Italia, perché dalla nostra esperienza può trarre indicazioni per gestire al meglio l'emergenza».

L'articolo è stato modificato per accogliere alcuni virgolettati degli autori che siamo riusciti a intervistare dopo la pubblicazione iniziale.

10 aprile 2020 Elena Meli
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