Salute

Come si diffonde la variante indiana nel Regno Unito

Quasi il 40% dei nuovi casi di covid nel Regno Unito dipende dalla variante indiana del virus. Alcune ipotesi per spiegare la sua vasta circolazione.

Come si diffonde la variante indiana (B.1.617.2, o Delta, secondo la nuova denominazione introdotta dall'OMS) di coronavirus, nei Paesi che stanno seriamente tracciando i casi ad essa riconducibili? Nel Regno Unito, dove questa versione di SARS-CoV-2 è destinata a diventare prevalente, al 27 maggio 2021 la variante indiana era rintracciabile nel 38,5% dei campioni virali positivi.

In totale, a quella data, erano stati confermati 6.959 casi di covid dovuti a variante indiana, rispetto ai 3.424 della settimana precedente. Un deciso aumento di contagi, quindi, a fronte però di un numero totale di nuovi casi giornalieri, inclusi quelli non legati alla variante indiana, comunque basso (3.542 nuovi casi il 27 maggio) e fortunatamente non associato a un altrettanto netto aumento dei ricoveri ospedalieri.

Diffusione veloce. Queste informazioni rilasciate da Public Health England sono in linea con la sintesi della più approfondita analisi dei dati generati dal programma di sorveglianza genomica SARS-CoV-2 del Wellcome Sanger Institute (Regno Unito), nell'ambito del COVID-19 Genomics UK Consortium. In questo lavoro disponibile online e in attesa di pubblicazione, gli scienziati dell'European Molecular Biology Laboratory (EMBL) hanno monitorato la diffusione di 62 varianti (linee) del virus SARS-CoV-2 in Inghilterra tra settembre 2020 e maggio 2021.

Dalle loro analisi emerge che la variante indiana, individuata per la prima volta nella settimana del 3 aprile 2021, si è diffusa in più di 200 regioni (o autorità locali, ossia regioni amministrative con circa 100.000-200.000 abitanti) nella sola Inghilterra, ed è stata trovata in più del 40% dei genomi virali durante la settimana dal 9 al 15 maggio 2021. Dai dati a disposizione si direbbe che il tasso di crescita della variante indiana è del 35% superiore a quello della variante inglese (B.1.1.7), con i più alti tassi di diffusione osservati nel nord-ovest del Paese. Una crescita così rapida non era mai stata osservata per nessun'altra variante, finora.

Che cosa alimenta questa corsa? Per pronunciarsi sui motivi di questa rapida diffusione occorrono ulteriori studi, ma tra i meccanismi responsabili potrebbero esserci una biologia virale favorevole (maggiore trasmissibilità o capacità di eludere il sistema immunitario), più introduzioni ripetute o ancora fattori epidemiologici, non ultime le misure di mitigazione diverse dai vaccini, nelle comunità in cui la variante si è introdotta.

La crescita della variante indiana B.1.617.2 è anche molto maggiore rispetto a quella della variante sorella B.1.617.1 (un sottolignaggio di variante indiana), che probabilmente ha avuto tassi simili di introduzione e fattori demografici simili.

Strategie vaccinali e tracciamento: la decisione di posticipare le seconde dosi del vaccino può aver favorito l'ascesa della variante indiana?

«La maggior parte delle infezioni si sta verificando in persone non vaccinate», spiega a Focus.it Ewan Birney, vicedirettore dell'EMBL e direttore della sua sede inglese (EMBL-EBI). «È troppo difficile sapere in che modo i dettagli del dosaggio vaccinale possano aver cambiato le cose ma è chiaro che un più alto livello di vaccinazione - ossia entrambe le dosi - è un bene».

Assisteremo a una simile diffusione anche in Europa? Se sì, quando ce ne accorgeremo?

«Ci sono molte variabili complesse negli interventi non farmaceutici (strategie di mitigazione comunitarie per ridurre i contagi) e nelle situazioni vaccinali in Europa, e anche diversi livelli di test e sequenziamento genomico, quindi è difficile rispondere. Vale la pena notare che il Regno Unito ha ora un basso numero di casi e un'alta capacità di tracciamento. Non abbiamo una conoscenza precisa dei primi eventi di diffusione di varianti in Europa perché il sequenziamento non era altrettanto avanzato in ogni Paese: ora è molto completo nel Regno Unito e in Danimarca, e altrove sta migliorando. Ma abbiamo bisogno di lavorare insieme, anche con uno strumento chiave come il COVID19 data portal, un progetto congiunto tra EMBL, Unione Europea e altre istituzioni d'Europa, che al momento è la panoramica più completa del virus e della sua evoluzione».

5 giugno 2021 Elisabetta Intini
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