Autunno, la stagione dell'intestino vai allo speciale

Come funziona l'intestino

Più di 400 metri quadrati di intestino e (almeno) 24 ore per trasformare un panino in feci.

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È morbido come il velluto e di un colore rosa delicato. È pulitissimo, solo nel suo ultimo metro contiene le feci, mentre il tratto precedente è spesso lindo e inodore. È il nostro “secondo cervello” per il suo incredibile numero di connessioni nervose: ha più di 100 milioni di neuroni e produce 40 molecole, fra neurotrasmettitori e ormoni, in grado di agire sul cervello modificando i nostri comportamenti.  Libri e documentari hanno recentemente ribaltato l’opinione corrente che lo considerava la parte del corpo destinata al lavoro più sporco. Invece… altro che cuore, polmoni e stomaco! Stiamo parlando dell’intestino, un organo potentissimo, in grado di spingere il cibo verso la sua inesorabile destinazione anche quando ci mettiamo a testa in giù e che svolge un ruolo fondamentale nel processo digestivo. È lui che riduce a stato molecolare il cibo che mangiamo, lo assimila e ci restituisce la sua energia. Come fa? Prendiamo per esempio un panino di quelli che trangugiamo in fretta nel bar e facciamoci fare da guida attraverso il più fascinoso dei

nostri organi...

 

Pronti? Si parte! 50 secondi: è questo su per giù il tempo che ci mettiamo a divorare i primi morsi del panino. I denti triturano, la lingua amalgama, le ghiandole salivari ammorbidiscono e lubrificano, e il panino perde il suo design per trasformarsi in bolo, praticamente una poltiglia sferica.

 

30 secondi: il panino così lavorato, spinto da lingua e guance, attraverso la faringe passa nell’esofago, un canale lungo circa 25 centimetri, dove i liquidi scorrono in pochi secondi mentre gli alimenti solidi ne impiegano di solito dai 30 ai 60.

 

2 ore: prima sosta, lo stomaco. «Il panino ormai da bolo è diventato un composto semifluido detto chimo e in questa sacca che sembra una cornamusa viene lavorato dall’acqua e dai potentissimi succhi gastrici (enzimi ma soprattutto acido cloridrico) che lo frantumano», spiega Giamila Fantuzzi, biologa dell’Università dell’Illinois a Chicago.

 

2 ore: quando ormai il sandwich è ridotto a un liquido color latte (detto chilo) si presenta al piloro (ingresso dell’intestino tenue) e inizia il suo viaggio alla velocità di circa 3 metri all’ora.

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campo da tennis. «L’intestino tenue è lungo circa 4-5 metri, con una superficie di circa 300 metri quadrati, su per giù le dimensioni di un campo da tennis, mentre l’intero intestino (tenue più colon) misura circa 7 metri. Sembra che la sua lunghezza aumenti con l’età e vari con il sesso, perché gli uomini hanno un tenue più lungo (dell’8-12%) rispetto alle donne», spiega Silvio Danese, gastroenterologo a capo del Centro malattie infiammatorie intestinali dell’Istituto Clinico Humanitas di Rozzano (Mi).

 

L’intestino è un organo sempre in movimento, infatti dobbiamo a lui i rumori imbarazzanti che ogni tanto sentiamo dentro la pancia e di cui di solito accusiamo lo stomaco! «È in attività continua, non riposa mai», conferma Danese: «Secondo alcuni studi, quando post mortem è completamente rilassato la sua misura addirittura raddoppia». Mobile e sinuoso, ha la superficie interna molto vellutata: la mucosa, infatti, si pieghetta in numerose e minuscole sporgenze di forma conica o a lamella, i villi intestinali. Impossibile contarli, ogni tenue si “corruccia a modo suo”, ma le stime parlano di circa 5 milioni di villi ondeggianti nella pancia di ognuno, per offrirci una superficie di assorbimento il più possibile estesa. Se non si piegasse, per digerire avremmo bisogno di 18 metri di intestino tenue.

 

energia in circolo. Per essere assorbito dai villi, il chilo ha bisogno della “lavorazione” dei succhi biliari e pancreatici, che rompono le grosse molecole di carboidrati, grassi e proteine e le trasformano in sostanze più semplici. I villi convertono poi il panino in energia (precisamente in adenosintrifosfato), quindi la distribuiscono ai vari organi attraverso la rete dei capillari (vedi sopra).

 

In seguito l’intestino tenue, con i suoi continui movimenti (peristalsi), spinge ciò che resta del panino, come le fibre di crusca e verdura, sempre più giù.

 

14/20 ore: le parti che non sono state assorbite transitano ora verso il colon, ma prima le aspetta una brusca curva di circa 90 gradi: tra il tenue e il colon c’è l’intestino cieco, il vivaista di batteri intestinali, il tratto che più li accoglie e nutre. «Si è calcolato che l’intestino umano sia colonizzato da qualcosa come 100 trilioni di batteri, una massa che sulla bilancia pesa circa due chili. Abbiamo più batteri che cellule: il rapporto tra i primi e le seconde è 10 a uno», dice Fantuzzi.

 

La “fattoria” dei batteri. Dal punto di vista nutrizionale alcuni microrganismi aiutano a digerire le fibre, altri permettono di assimilare grassi e carboidrati, altri ancora aiutano a sintetizzare la vitamina B e la K... In più, i batteri hanno la fondamentale funzione di tenere in continuo allenamento il nostro sistema immunitario. Il cieco, la loro “fattoria”, di solito misura 6 centimetri di altezza con un diametro di 8. «A esso è attaccata una piccolissima porzione, l’appendice, la cui lunghezza diminuisce con l’età. Tutto il cieco è un serbatoio di batteri simbiotici, che assolvono e regolano molte funzioni importanti per il nostro organismo, e lo è anche l’appendice, benché per anni sia stata ritenuta non necessaria», spiega Danese. Uno studio del 2007, del Duke University Medical Center del North Carolina, ha infatti constatato che, a seguito di un grave attacco di colera o dissenteria, l’appendice funge da riserva di batteri eubiotici. Una specie di serbatoio di emergenza, insomma, pronto a intervenire se le cose si mettono male.

 

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Il ruolo dei batteri (in breve)

L’intestino non è il solo a lavorare alla digestione del cibo per l’organismo: lo aiuta una popolazione di microbi che svolge attività metaboliche e nutrizionali, ha funzione protettiva e stimola la risposta immunitaria di fronte all’attacco di agenti patogeni residenti o arrivati dall’esterno. Tutti i microrganismi dell’intestino, in parte autoctoni e in parte di origine ambientale, fanno parte del cosiddetto microbiota, ovvero l’insieme di tutti i microbi che abitano dentro e sulla superficie del nostro corpo: il loro numero è pari a 10 volte quello delle nostre cellule, che sono circa 10 mila miliardi.

 

Nell’intestino umano, con una concentrazione proporzionalmente crescente man mano che ci si muove dal duodeno fino all’intestino crasso, ne esistono circa 500 specie diverse tra loro, divise in 45 generi e 14 famiglie: alcune sono utilissime, come Bacteroides thetaiotaomicron, che aumenta enormemente la capacità dell’organismo di metabolizzare i carboidrati, altre invece possono diventare nocive, come il Clostridium difficile, la cui azione in genere viene arginata dalla presenza di altri microbi, ma che in alcuni casi può causare diarrea e febbre.

 

La popolazione di microbi “buoni” dell’intestino (che sono la grande maggioranza), tra l’altro protegge l’ospite, cioè l’uomo, producendo il muco che fa da barriera tra i microrganismi e le cellule che formano le pareti dell’intestino. Inoltre stimola la risposta infiammatoria e le difese immunitarie nel caso di un attacco al nostro organismo.


 

 

Ma torniamo a ciò che resta del panino: soprattutto fibra e acqua. Il colon continua a lavorarli per altre 16 ore. «Grazie a questo processo, assimiliamo sostanze che avremmo perduto, se ci fossimo fatti prendere dalla fretta», dice Giulia Enders autrice di L'intestino felice (Sonzogno, 2015), un saggio scientifico-divulgativo molto letto e citato. Ma il colon ha anche un’altra importante funzione. «Assorbe il sodio, prosciuga i resti dai liquidi, assembla i frammenti e li modella in feci», spiega Fantuzzi.

 

Infine, gli ultimi centimetri del tubo intestinale hanno capillari che non passano dal fegato per disintossicare il sangue, ma confluiscono direttamente nella grande circolazione. Questo spiega l’efficacia delle supposte, i cui principi attivi sono subito messi in circolo e senza sovraccaricare il fegato. D’altra parte, tutte le sostanze che potevano rivelarsi tossiche sono ormai state filtrate.

Ricostruzione dell’interno del colon, la parte principale e porzione media dell’intestino crasso: è situato fra l’intestino cieco e l’intestino retto.

ultima fermata. 30 secondi-15 minuti: eccoci arrivati all’ultima tratta. I primi residui di solito fanno capolino dopo 24 ore ma gli intestini più pigri per liberarsi completamente anche di un semplice panino impiegano fino a quattro giorni. Ciò che resta del cibo, modellato dal lungo passaggio attraverso il colon, arriva al nostro primo sfintere. Sì, perché ne abbiamo due: uno interno, il più coscienzioso, che vuole liberarsene subito e uno esterno che, governato da muscoli volontari, valuta il momento adatto per portare a termine la missione. I due, comunque, lavorano in tandem, come spiega Enders «Quando i resti della digestione arrivano allo sfintere interno, questo si apre automaticamente. Poi, però, non passa subito tutto il carico al collega esterno, bensì solo un campione di prova. Nello spazio fra gli sfinteri interno ed esterno ci sono molte cellule sensoriali. Queste analizzano il prodotto, per vedere se è solido o gassoso, e inviano le informazioni al cervello».

 

Superata la stretta finale, del sandwich resta ben poco, perché «i nostri escrementi sono composti da un 70% di acqua e un 30% di sostanza solida, che include prevalentemente residui di fibre, batteri (vivi) e cellule morte», puntualizza Stefania Vetrano, docente di biologia applicata all’Humanitas University di Rozzano.

 

Resti importanti. E se ci mettessimo a studiare la nostra “produzione” potremmo capire dalle feci se il nostro intestino, come dice Enders, è felice? «Certo», risponde Vetrano. «Le feci sono uno specchio dello stato di salute dell’apparato gastroenterico». Esiste una vera classificazione: è la “Scala delle feci di Bristol”, che ne individua ben 7 diversi tipi. Secondo i gastroenterologi le migliori sono quelle che, nella Scala, si piazzano tra la forma a salsiccia con crepe in superficie e quella di serpente, cioè lisce e morbide, con la consistenza del dentifricio. Se poi le vediamo galleggiare, possiamo essere certi che il nostro intestino ha fatto un buon lavoro: contengono piccole bolle d’aria, che segnalano l’attività di batteri intestinali “buoni”.

 

E per quanto riguarda il colore? Ottimo quello classico: marrone, in tutte le sue tonalità. Questa tinta è provocata dalla bile. Anche eventuali screziature verdi non devono preoccupare: sono verdure. Solo se le feci sono molto scure deve scattare un campanello d’allarme, perché potrebbero segnalare emorragie. Una colorazione dal marrone chiaro al giallo indica di solito un transito intestinale troppo rapido o un cattivo assorbimento: il microbiota (come si definisce quella che una volta era chiamata flora batterica), in pratica, non riesce a degradare la bile nelle feci e potrebbe smascherare un colon irritabile o un’intolleranza a latte e latticini o al glutine. Se tendono al rosso, la causa potrebbe essere di alimenti di quel colore, come il pomodoro. Se ci sono tracce di sangue rosso vivo, invece, si tratta probabilmente di emorroidi.

 

In conclusione, cosa rende felice l’intestino? Dieta mediterranea, abbondanza di fibre e verdure, e... movimento. «L’attività fisica», conclude Fantuzzi, «gli fa da coach: lo massaggia, lo stimola e lo risveglia quando batte la fiacca».

06 Ottobre 2018 | Camilla Ghirardato