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Coronavirus COVID-19: cosa c'è da sapere Vai allo speciale

Come avviene la trasmissione ospedaliera della COVID-19

La ricostruzione dettagliata di come la COVID-19 si è diffusa in un ospedale di Durban, in Sudafrica, a partire da un singolo paziente contagiato.

COVID-19 - La pandemia in Sudafrica: l'invito a rimanere a casa scritto sugli edifici di Città del Capo
La pandemia in Sudafrica: l'invito a rimanere a casa scritto sugli edifici di Città del Capo, durante uno dei più rigidi lockdown al mondo. | Shutterstock

A Durban, in Sudafrica, una breve visita in ospedale di un paziente positivo al COVID-19 all'inizio di marzo ha generato, in qualche settimana, un focolaio epidemico con 119 casi: episodi di trasmissione ospedaliera sono avvenuti anche in Italia e in altre parti del mondo, ma le caratteristiche della pandemia in un Paese fino a quel momento per nulla sfiorato dall'infezione, hanno consentito di studiare nel dettaglio la diffusione del coronavirus SARS-CoV-2 in un contesto ospedaliero. L'analisi dell'Università sudafricana di KwaZulu-Natal ripresa su Science è la ricostruzione più precisa finora fatta del percorso del patogeno di reparto in reparto, un modello che servirà ad aumentare la biosicurezza delle strutture sanitarie.

 

Diffusione capillare. Dallo studio emerge che, anche se tutti i casi sono riconducibili a un singolo paziente, la trasmissione dell'infezione da un paziente all'altro è un evento piuttosto raro. Il coronavirus SARS-CoV-2 viaggia più spesso sulle superfici della strumentazione medica, passando di stanza in stanza grazie agli spostamenti del personale sanitario.

 

La storia di questo contagio inizia il 9 marzo 2020, quando una persona, reduce da un viaggio in Europa e con i sintomi da COVID-19, accede al Pronto Soccorso del St Augustine's, un ospedale privato di Durban. A otto settimane da quell'episodio, 39 pazienti e 80 membri dello staff risultano positivi al virus e 15 pazienti sono deceduti.

 

Ospite sgradito. La mappa della diffusione del virus è stata ricostruita usando le planimetrie dei vari piani dell'ospedale, studiando i movimenti di medici, infermieri e pazienti e analizzando il genoma virale. Una volta insinuatosi nella struttura, il SARS-CoV-2 ha viaggiato per cinque reparti - neurologia, chirurgia, terapia intensiva, in un'adiacente casa di cura e in un centro dialisi. Nessuna infezione del personale è avvenuta nel reparto più a rischio (la terapia intensiva) forse proprio per le maggiori precauzioni adottate.

La catena iniziale. Il primo che ha cercato aiuto per i sintomi della COVID-19 è rimasto in ospedale solo per qualche ora, il tempo di trasmettere il virus a un'anziana paziente ricoverata per ictus in una sala rianimazioni adiacente al triage dove l'uomo si trovava isolato. I due erano inoltre stati visitati dallo stesso medico. Il 13 marzo la donna reduce dall'ictus ha iniziato ad avere la febbre e ha probabilmente contagiato il primo membro dello staff (un'infermiera che la assisteva) e quattro altri pazienti, inclusa una signora di 46 anni entrata in ospedale per asma, e sistemata nel letto di fronte. Entrambe le donne sono poi decedute.

 

Se si esclude questo ridotto focolaio di contagio da persona a persona, sono pochi i pazienti che hanno contagiato direttamente altri ricoverati. Lo studio mostra infatti che nell'ospedale sudafricano, più che viaggiare attraverso gli aerosol (respirazione, tosse eccetera), il virus ha approfittato dei movimenti del personale per passare di reparto in reparto, di strumento in strumento, e da un paziente all'altro. Il coronavirus SARS-CoV-2 si è diffuso attraverso le mani di medici e infermieri, ha contaminato stetoscopi, termometri e macchine per misurare la pressione, spesso senza bisogno di contagiare direttamente il personale che aveva "usato" per diffondersi.

 

Poco "rumore". L'analisi è stata possibile soltanto perché all'epoca dello scoppio di questo focolaio il Sudafrica aveva registrato appena un caso di COVID-19 di importazione (il 6 marzo) e l'infezione non circolava ancora in modo sostenuto nel Paese. Non a caso i 18 campioni di genoma virale prelevati in ospedale sono praticamente identici, derivano cioè da una singola fonte, al contrario di altri 5 campioni prelevati negli stessi giorni in città a Durban, non appartenenti a questo stesso gruppo. Studi di questo tipo non sono realizzabili nei periodi più critici dell'epidemia, quando le fonti del contagio possono essere ovunque; ma risulteranno ora essere estremamente utili per capire le dinamiche di diffusione del virus e mettere in sicurezza ospedali e case di riposo, e non farsi più trovare impreparati.

 

2 giugno 2020 | Elisabetta Intini